Visualizzazione post con etichetta *poesie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta *poesie. Mostra tutti i post



Il bisogno carnevalesco, l'esagerazione,
il dialetto, le pose della rabbia e dell'amore,
la scabbia grattata, lo sguardo lupesco

a un corpo sudato, nel buio le urla della paura,
le bestemmie (per una sventura) al signore
che per primo attraversa la strada,

leopardi-vergogna in un giardino
di zebre, i balzi di palazzo in palazzo
come un gigante, pianeti e storie lontane,

una liana al di sopra di una buca di serpi,
le corse schiacciando lumache tra i denti,
la prima risposta pensata, alzare le gonne,

la sottilissima peluria che ricopre le donne
in controluce, l'incompresa fine della storia,
insoluti, incerti, la permanenza sopra una colonna

buttando giù vermi, la corsa, la voce
di un muto loquace che parla ma tace:

nella stanza c'erano tutti a piangerlo quel giorno
- unto, defunto e col capello tinto -
si alternavano per trovare le migliori parole
in memoria del caro istinto.



Immagino, Annette, una lunga distesa di strade invisibili
che si continuino le une con le altre sotto la superficie
del mare in un incrociarsi indecifrabile agli occhi
dei pescatori o dei fuggitivi che solcano quegli oceani.

Immagino che i miei protagonisti scompaiano
come catturati da una forza sovrumana
e le storie di ciascuno si compiano sotto quello strato
infinito di azzurro, mentre l'acqua si chiude sopra di loro
e galleggia.


(Jules Verne, Corrispondenza privata con Annette, 1855)






L'anno 1866 fu caratterizzato da un avvenimento strano, un fenomeno inesplicato e inesplicabile, che nessuno certamente ha potuto dimenticare. Correvano delle voci che impressionavano le popolazioni dei porti di mare e che accendevano lo spirito pubblico nelle città dell'interno, ma in particolar modo ne fu colpita la gente di mare. Commercianti, armatori, capitani di navi, europei e americani, ufficiali delle marine militari di tutti i Paesi, e infine i Governi dei diversi Stati dei due continenti, furono profondamente turbati dallo strano fenomeno.


(Ventimila leghe sotto i mari, 1870)



E' un pianto zittito e senza verve:
nessuna lacrima, non una parola di troppo.
Poi quell'ultimo respiro che serve

come formale distinzione tra il dopo
e il prima, tra chi è di queste terre
e chi s'invola, e scappa via come un topo.

Il medesimo definitivo terrore si declina in altre paure
più piccole, usuali, più accettabili nelle ore
di ogni giorno. Ma non meno scure

nella foggia, abbigliate dello stesso colore
ma di micronica dimensione, di facile allure:
sono i presagi che salgono nelle sere

d'estate, gli avvertimenti dell'aria madida,
delle strade svuotate e l'insieme di lune ceree
da decifrare. Cercando simboli e spade

si finisce a camminare verso il fiume per
il marciapiede sottile di Strada Nuova
di fronte alle serrande abbassate e le vaghe

notizie dei quotidiani locali fuori le edicole
chiuse sprangate. Della città dalle finestre
non passano per le zanzariere i “Dottore, le dico...”

di un paziente-frittata per strada che zufola lacustre.
Travestito da tedesco in vacanza, scansa le ruspe. Rapito
rallenta per soppesare una radiografica luna tra le nubi.

Uno sbadiglio nascosto dietro la mano
invade la strada di evidentissimo umano.



Queste notti, queste notti insonni
che non riusciranno più a essere
così pienamente vive quando lunghi
occhi aperti nella notte, e resse
di pensieri e prostate e funghi
velenosi, e figli e messe
per noi che si muore, ci faranno
ugualmente insonni, come si stesse
aspettando qualcosa da un quotidiano capodanno.

Queste notti, quelle notti di poesia d'amuro
così piene di umano e lanciate nel buio
e sfrecciate per le strade piene di nessuno:
tutte queste notti, come l'attuale di cui ho
un malinconico ricordo. Alle due e uno
del quattordici maggio duemiladieci
qualcosa è passato ed era così bello:
quando la poesia si mette a far le veci
della vita e c'è tutto quanto serva: il castello,
la regina, i versi, i fuochi d'artificio
e gli artificieri, i pompieri, il monello
che spacca i vetri, e una interminabile
lontanissima mattina.



Poesia con rima ormai inutilizzabile


Pavia con la poesia
fa solo rima, e non l'amore;
ci vorrebbe una protesi di cuore
appesa in Duomo
o nelle fognature.
Vuoi una soluzione, una via?
C'è la nostra faccia di donna e d'uomo,
mappa di rughe e fughe
                            future.



Questo tempo che passa


Rapido, celere, precipitoso
manovra sviste o impressioni e le spinge
e le conclude per un vento afoso
nel baratro: dal mare che si stinge

in ore di nonnulla in cui eroso
si stringe, alla voce che si finge
suono, al suono che si fa armonioso,
fisso come uno sguardo della sfinge.

Sfinito, questo tempo che non passa
cammina per la strada come tu
adesso, ora, riparato a lato

che ti arrendi a ricevere la tassa
di irrimediabili dejà-veçu.
Nel tempo questo tempo è già passato.



Preferirei, a scegliere da che parte stare,
sopracciglia repellenti su lenti da vecchio sorcio
oppure l'entusiasmo di un moribondo mite,
sfinirmi nel produrre secrezioni fosforescenti
e avere un timbro più rauco per la mia voce
dandomi un tono accatastando dinamite.

Provo a imitare i vecchi tromboni
Nonno Rimbamba e Trisavola Arterio:
un oracolo sul trono di valve e dentiere
busti, attaccapanni, fasce, zucchini,
disegni di fiori sopra cocci di fioriere.

Un vecchio zoppo mi rincorre la notte
con cinque capelli pettinati a cimiero:
un artritico cavaliere al galoppo
del suo anemico artrosico levriero.



Un giardiniere ortodosso mi confessava
i suoi spettri, mimando un eccidio di mani sui colli:
raccontava l'immane visione di un tale riccone
domiciliato in Brianza:
rosse lobelie svettanti sulla gramigna australiana,
laghetti sabbiosi virulentati dalle aldrovande,
olivi assediati da mannaruni sbiancati di calce,
palmizi e opulente cascate di datteri,
il vero discobolo sul prato all'inglese,
vicino a Biancaneve un minuscolo nano
e quasi sepolto da cactus enormi, nerastro, il vulcano.



Blocco studentesco (noi, prima della manifestazione)

Hanno caschi
e passamontagna,
lunghi e grossi bastoni,
manici di picconi, ricoperti
di adesivo
nero, avvolti
nei tricolori.

Urlano: Duce,
duce
.

[...]

Si parlerà soltanto
degli incidenti, giorno dopo giorno

passerà l'idea.

È il metodo Cossiga.
Ci stanno fottendo
.


da un articolo di Curzio Maltese



Piccole interviste contemporanee

- Come dice? la paura più grande? -
Ma no, no... quale crisi finanziaria...
pensi piuttosto a una cassa senz'aria... -
- No, non li temo, calci pugni e spranghe...
Le finestre silenziose sì, quelle
invece mi fanno tremare... Là,
sempre accese dietro tende di pelle
in attesa di condanne via fax... -
- Mah, piangere l'esilio degli “eroi”...
vero, non resta poi tant'altro a noi...
che vuole, la guardiamo scivolare,
la vita... vetri e fogli di giornale... -
- Il buio, senz'altro, le notti mute... -
- La paura... è farci l'abitudine. -



15 0ttobre 2008: nuova aggressione fascista a Pavia

“Fascisti!!” grida una ragazza bionda
con voce mistica e severa, smorza
un sorriso l’appuntato. La fionda
simbolica è seppellita, la forza

s'intrica nella tratta nauseabonda
del cucchiaino che scava tra scorza
e polpa, e non insegue che la tonda
del seme. Le bandiere non si sforzano

di stare, non saranno arrugginite
quelle mani bagnate che innaffiarono
i fiori dei morenti, il malumore

dei condannati. E’ stata una lite
a uccidere Saviano: paro paro
quei due vicini, un fiorista e un dottore.



L'orchestra

Un vento acido colora il cielo
di giallo e polveroni tra i sentieri
alzano terre di cenere e fieno
verso le case. Là, gli ultimi ceri

degli ultimi: smocciati senza stelo
che avanza, sputi densi o barellieri
unti di muco secco. Sopra il melo
della cascina allegra fino a ieri

si è avvolta l’altalena per il vento
scomposto. Là, vizziscono le punte
del basilico affianco alla finestra

nerastra e bruma per il cielo e il lento
friggere a fuoco spento. Mani giunte
ricordano strumenti di un’orchestra.



Partitura per due voci
confuse


Lo vedi? Non
lo vedo. Io solo
o tu pure? Lui
ci vedrà? O forse
dubita, come noi,
della nostra esistenza.
Urlo? Mi faccio sentire:
niente. Forse è sordo,
ma nemmeno vale
sbracciarsi. Forse
aspetta un treno, ha
in mano un fazzoletto
bianco per salutare.
Va o viene? Di chi
è la valigia scura,
sulla destra? Non
ricordo se sia nostra,
la prendo. Posso
sempre renderla
rosa, fontana o
occhiali. Ci seguono?
Sento voci. Le nostre
deboli, sempre più.
Aspetta: il vaso! Ho
scordato di metterci
i fiori: l'acqua
appassirà. Non
possiamo tornare
indietro, adesso,
abbiamo venduto
le scarpe. Che fai,
cammini sulle mani?
Non sono capace.
Forse potremmo
chiedere al vigile
urbano. Va' avanti
tu. Scusi, dove
siamo? Ma è un
gabbiano: è bianco,
non parla, ha gli occhi
di mare. Non ricordo
che fare, il lunedì
pomeriggio: guarda
nell'agenda. Dopo
il 25 gennaio, mi pare
d'aver scritto qualcosa.
26 gennaio: allora
m'ero sbagliato, sarà
stato l'anno prima.
Il regalo, non perderlo.
E' un compleanno
importante. Vedi
quella signora
sull'altro lato della strada?
E' un girasole. Quel
cappello è un regalo
di compleanno, vedi
che conserva ancora
l'etichetta? Perchè deve
ancora consegnarlo
al festeggiato: lo sta
cercando. Con un po'
di fortuna potresti
essere tu. Tu no, meglio
io. A me starebbe meglio,
lo porterei legato
in vita: tu hai già
la borraccia. E' un otre,
l'ho riempito d'aria.
ne vuoi? E' la mia
personalissima, m'ero
stancato d'averla
in comune con tutti.
Sa d'arancia.
Cerco qualcuno
con cui condividerla,
ma mi basta anche solo
un posto dove liberarla.
Deve essere bello,
ci deve essere il mare.
Niente strapiombi, non
voglio che nella caduta
si faccia male. Banale.
La rima o l'assonanza?
Ridefinire gli obiettivi.
Non t'ascolto, perdonami,
non vorrei parlarti sopra.
Se tacessi, certo,
sarebbe tutto più semplice.
Viaggiamo insieme? Da
quando? Viaggiamo
a fianco, ma non ricordo
chi seguiva chi. Forse
entrambi seguivamo
qualcun'altro. Sì, ha girato
l'angolo, qualche ora fa.
Aveva gli orecchini
grandi, d'oro brillante.
E le orecchie? Non
rilevanti, direi. Allora
forse qualcuno
s'è travestito da chi
cercavamo, e ha girato
l'angolo. E se chi cercavamo
s'è travestito, pure?
Da muro, magari.
Senti? Un respiro.
Due, tre forse. Quante
persone ci seguono?
Non vedo nessuno.
La valigia inizia a pesare,
la lascio qui. E' quello
che stavo cercando,
qualcosa da abbandonare.
Credo m'aspettasse. Ora
non so dove. Qui. Qui sarei io
ad essere abbandonato.
Bisogna pensarci, ci vuol
tempo. Riposiamo.

Tienila ferma. La pianta?
L'ombra. Facciamo a turno.
Che fai, dove la metti?
Spostala più a sinistra.
Ecco, ci siamo quasi. No,
mi sposto io. Si fa sera
ormai, in Cina, meglio
ripartire. La portiamo
con noi? L'ombra?
La pianta. Dove? Dove
andiamo. Non ricordo
da dove siamo venuti.
Ci siamo mossi? Siamo
sempre stati qui, da
quando siamo qui,
prima eravamo altrove:
torniamoci. Non può
essere difficile trovare
la via: una qualsiasi andrà
benissimo. Ma la pianta
deve restare qui, così
noi saremo altrove.
Quanti altrove ci sono?
Quante le piante, credo.
Ne voglio uno mio:
ci appendo qualcosa.
La borraccia? E' un otre.
Mi pare di vedere
una barca, laggiù.
In un'altra vita ero un pirata.
Sono stato anche
imperatore, grillo,
Maria Maddalena.
Credo che questa sia
la mia prima
vita. Impossibile.
Ma sono nato una volta
sola! Io pure, ma morto
cento. Insomma, che
eri? Che ero? Quel
che vuoi. Una moneta.
Una zecca. Un cane.
Un gatto. Un ratto.
Mi chiamavo Sabina.
Mi pareva d'averti
già visto, infatti. Ricordi,
poco fa camminavamo.
Per quanto? Non distinguo
il poco dal molto. Troppo
sottile la differenza, senza
scopo puntualizzare. Prendo
l'abaco, facciamo i conti.
Quanto ti devo? Sei
anni in terra straniera.
Dilettante, una vita
intera. Si fa sera:
dormi. Muori?
E' una libertà concessa,
una messa privata,
una messe di grano.
Invano opporsi,
sono corsi e ricorsi.
Niente rimorsi.
Timori? Morituri
nascimur.



Poesia per un dispaccio dell'ANSA

“A loro conviene che noi a N* stiamo scamazzati,
che se noi non stiamo scamazzati
loro non stanno ricchi”
(Giuseppe, lavapiatti, 18 anni)



– 17 giugno 08.34 N*: due morti in agguato.
Agguato camorristico a Melito, in provincia di N*. –


E tanto basta.
Che tanto le parole che possono fare?
I proiettili attraversano i buchi delle “o” e delle “a” e di tutte le vocali
gli altri caratteri li perforano
la parola “camorra”, che ora è più trendy chiamare “Sistema”
le “o” della parola “morto” come le orbite di un cranio
Le parole hanno altro cui pensare
il canone letterario europeo
gli errori nelle tracce della maturità
No
Le parole possono farti pensare
possono tirarti gli occhi a guardare oltre
il muretto di due righi
del dispaccio dell’ANSA
E allora io, che sono solo un foglio che gocciola su un muro
metto lo sgambetto al tuo sguardo
perché oggi questo muro è N* e puzza di immondizia e salsedine
e tu sei uno dei tanti abitanti di N*
e puzzi di immondizia e di salsedine
Io metto lo sgambetto al tuo sguardo che scorre veloce
non preoccuparti dei graffi e della polvere che già li azzanna
guarda oltre il muretto:
dietro quei due morti
non lo vedi il mostro? ma come,
non riconosci il completo perfettamente stirato
e il fuoristrada luccicante come l’occhio d’una serpe?
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
le parole aiutano a fuggire, a non vedere le dita del mostro che ci scorrono vicino
beh, io te le indico, non preoccuparti dei graffi delle sue unghie:
e allora lo vedi il cemento che si riversa nelle periferie
e stranamente ha il rumore delle valigette piene di contante
puoi immaginare che “Casalese” (1) non è il nome di un formaggio
la vedi la lunga autostrada, ficca le pupille nell’asfalto;
è sottile, vero? puoi immaginare cosa significa un “subappalto”
e prova a mettere la testa nelle tue nike “che ho pagato pure poco”
come uno struzzo metropolitano, lo vedi un paese lontano e sudato
e il porto di N* e una raffica di kalashnikov
Al modico prezzo di due morti e quattro graffi
hai intravisto il mostro
le nuove regole della ricchezza
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
che parole ingenue:
100 miliardi di euro/anno (2),
questo è il temine giusto.
Un morto ammazzato ogni due giorni e mezzo negli ultimi vent’anni
il costo degli investimenti.
Io sono un foglio sbagliato, ci vorrebbe un modulo di bilancio
con entrate e uscite dettagliate
un foglio excel
con tanto di intestazione: “Azienda Licciardi, Azienda Di Lauro, Azienda Nuvoletta (3)”…
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
Ingenui.
Imprenditoria. Esportare lo stile italiano all’estero.
Mettere in circolo capitali liquidi e freschi come ruscelli della portata del Rio delle Amazzoni.
Contatti con tutto il mondo, dollari pronunciati in cinese spagnolo napoletano lombardo.
Soffiare cocaina sull’Europa come zucchero a velo sul pan di spagna,
abbattuto il costo di eroina e giocattolini elettronici.
Diffondere felicità.
Un morto ammazzato ogni due giorni e mezzo negli ultimi vent’anni
il costo degli investimenti.
Le parole sgambettano, non rialzarti ancora
perché come mai conosciamo tutte delle tette di Paris Hilton
non sappiamo nulla del faccione senza senso di Paolo Di Lauro (4)
dell’inguine grasso di Pietro Nocera (5)
che ingoiavano capitali e caricatori quasi fossero pistacchi
e poi gettavano le scorze
mentre tutti disegnavamo punti interrogativi sulla maschera di Provenzano
Ma a noi piace immaginarlo con la mascella buona di Marlon Brando, il mostro
le magliette col Padrino tirano come quelle del Che,
piace vederlo cattivo e lucido come “Il Camorrista” (6)
in cui si nascondevano coltelli a serramanico nel buco del culo
E invece forse lo stai indossando, il mostro
o ti sibila nelle orecchie,
quel cellulare e quel lettore mp3 d’occasione, “che tanto rubano tutti”
legge le stesse pagine dei giornali su cui ti soffermi tu
quelle della finanza, quelle dove si affastellano i valori dei titoli come le setole di una scopa
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
Poveri ingenui.
Homo oeconomicus, ecco il termine giusto
pensiero e mano del profitto
Ora alzati, leccati quei quattro graffi
che puzzano d’immondizia e christian dior
ormai quella puzza ce l’hai nel sangue
contagiato da queste parole
di un foglio che gocciola da un muro di N*
ora non puoi dirti mai più pulito
hai dentro le N* di tutto il mondo
col loro reticolo di strade e maledizione
con la loro voglia di risorgere sommersa dai funerali di Mario Merola e Maradona
con la loro gente bene che “lo Stato ci ha lasciato soli”
hai dentro la ragnatela di denaro e morte che avvolge i continenti
hai intravisto il ragno, ti sorride
Ora hai solo una speranza di sopravvivere:
conoscerlo
e cercare una cura.

Tutto a causa di due righe dell’ANSA.

Le parole sono pericolose.


***


(1) Appartenente al clan camorristico operante nella provincia di Caserta (Casal di Principe) con ramificazioni nazionali ed internazionali.
(2) Dato dichiarato da P. Vigna, ex procuratore nazionale Antimafia.
(3) Nome di alcune delle principali famiglie dell’attuale Sistema.
(4) Detto Ciruzzo o' milionario, boss del clan camorristico operante nei quartieri napoletani di Secondigliano, Scampia, Miano, Marianella, Piscinola, nei comuni di Casavatore, Melito, Arzano, Villaricca e Mugnano e a L'Aquila, protagonista della sanguinosa Faida di Scampia, in cui alcuni suoi fedelissimi (gli Scissionisti) gli si ribellarono contro (2004).
(5) “Manager” del clan dei Nuvoletta, leader nel controllo del racket e del narcotraffico.
(6) Film del 1986 di G. Tornatore, sulla figura di Raffaele Cutolo.


Fonti e Mari:

– R. Saviano, Gomorra, Mondatori, 2006
– M. Scanni – R. H. Oliva, ’O sistema (libro + film), Rizzoli, 2006
– Napoli vita morte miracoli (film), regia di M. Parissone – R. Burchielli, 2007
– G. Bocca, Napoli siamo noi, Feltrinelli, 2006
– Relazione semestrale DIA, secondo semestre 2004
– www.osistema.org



Nuovo scontro tra il presidente e il leader
sulla questione degli immigrati
(il richiamo all'ordine degli alleati).

"Fortunatamente la Lega è molto forte
sono costretti a seguirci tutti.
Ma noi non vogliamo andare a votare".

L'ennesimo scontro a distanza,
strappando applausi scroscianti.
Questo è un tema ineludibile, applausi.

Altrimenti rischiamo il cortocircuito.
Applausi.

Pronta la replica: "A casa loro,
senza divisioni, senza scontri tra fazioni,
le cure palliative".

"Meglio andare da soli". "Si vedrà".
Lo ha fatto parlando dell'oggi.
"Avremo vinto quando verrà il giorno".

Applausi.



Passeggiata



Non so cosa mi strappa via dai muri
delle ultime tre gocce di pioggia,
quali spettri ancora vado cercando
nelle esalazioni umide delle strade.
Si sta lì, appollaiati sul proprio passo,
ad osservare la vita scivolosa:
una vecchia si china con un piatto
su tre arruffi di pelo, e li chiama gatti;
l’ansia in paltò si stringe a un cellulare
e io quasi mi sento in colpa,
divincolandomi tra vento e giornali.
Qualche foglia rossa, in effetti, cade ma
non ha affatto parvenze di danza,
piuttosto una puleggia che s’agita afona,
un’altra rotella del meccanismo
del tramonto, che cala puntuale.
È la disillusione dei colori
di fronte ad un arcobaleno grigio.



Cammino.
Cammino.
Cammino.
In questa notte
di tempesta finita
sento le onde
che si incrinano
come gusci di noce.
Cammino.
Cammino.
Rimane il ricordo
di mari e muri dipinti
con in mezzo
la spiaggia sommersa.
Cammino.
Mi bagno i piedi.
E’ freddo.
Cammino.
Cammino.
Cammino.
L’acqua arriva
in ritardo sul suono
delle onde inciampate.
Cammino.
Cammino.
Cammino.
Cammino
sull’acqua
divino.
L’acqua del colore
del sangue o del vino,
neraccia e collosa
come una sposina
lasciata all’altare
col trucco che cola.
Cammino.
Cammino.
Che meraviglia
le onde nel buio,
le case di notte,
le foglie di palma
rotte dal vento:
sfilacciate e molliccie
si incastrano
dentro ai tombini.
Cammino.
Cammino.
Sette bambini
sopra una panchina
gonfi e accatastati.
Cammino.
Assomigliavano
(a ripensarci)
ad un grosso panino.
Cammino.
Cammino.
Cammino.
Com’è strano
questo buio dolcissimo
che sa del perdono
dopo un litigio.
Cammino.
Cammino.
Cammino.
Cammino.
Mi fermo.
Mi siedo sul bordo
di un tetto,
appoggio laceri i piedi
sulla sabbia indecisa
e immagino l’alba.

Scorgo una televisione
che galleggia e scompare
nel mare.



I CONTEMPORANEI
(o Del deserto)


Per chi
nonostante tutto
ancora
cerca
gli altri


“Beppe, ho paura”
(Laura, www.beppegrillo.it)



In un giorno lucido di sebo
camminando in pieno centro
ho fatto esperienza del deserto:
dal cielo in giacca scura
il nero si innervava nell’asfalto
in un rivolo di crepe;
nel silenzio opprimente e puro
ho visto, finalmente,
chi mi stava attorno.

Non un sogno,
non un’allucinazione da insonne:
il rosso dei semafori ticchettava
con agghiacciante metodicità
nella secca consistenza della sabbia;
il freddo non si contorceva affatto
attorno ai cappottini di pelle
per cani.

E non ero solo:
tante ombre, steli in cerca di
corolle, senza averne forza,
e ogni faccia era come
avvolta da un acquario
suoni e pensieri filtravano e in quel vuoto
denso tutto veniva distorto
sorrisi al botulino
biascicavano parole sullo stato
della nazione o del campionato;
ma io vedevo

vedevo nell’aria grida
di aiuto e rabbia
schiantarsi come sirene
a pochi centimetri
dalle loro anime.
E sotto i vestiti diesel
e i curriculum vitae
vedevo la carne in putrefazione
impregnata di CK,
e ossa in bella mostra indossare orologi
e tatuaggi, e pensavo
è il regno dei morti
firmato coca-cola.

E invece era solo
il deserto.

Non capivo cosa avesse rotto
la mia boccia
ma non avevo paura
delle dune che il vento gonfiava
del sole che non esplodeva
in ossequio agli sterpi
non temevo il deserto, no
ma lo stacco straziante
tra questo e
la sciarpa di silenzio
in cui loro si strozzavano:

mi chiedevo
cosa vedono i loro occhi?
cosa negli occhi dei muri
cosa vedono nei miei occhi?
la luce vi conficca la stessa tonalità di rosso?
la loro acqua è ancora trasparente?
cosa cercano per strada
l’asfalto
o il punto che buca l’orizzonte?

E io provavo a gridare
dalla mia boccia rotta
agitavo le mani come
un naufrago nel vuoto
ma ogni tentativo si infrangeva
in loro con frastuono di foglia
distrutta, e intanto io
sgranulavo nella sabbia.

E intanto loro ridevano
perché l’amore è zelig
la morte è zelig
ridevano ingabbiati;
e intanto un ragazzo veniva licenziato
con un sms
un altro si laureava ma senza la stima del padre,
un uomo agganciava una trave
a trenta metri di altezza
(dalla finestra quattro professori
discettando di immigrazione)
qualcuno decideva di nascere
qualcun altro si inchinava
per pregare
o per raccogliere un sacchetto.

E mi chiedevo
io, vedendoli così diversi
mi chiedevo, sentendoli così
irraggiungibili
se soffriamo il deserto allo stesso modo
chi sbaglia, mi chiedevo
chi ignora il cielo
o chi in esso vede
solo un punto di partenza?

Poi tutto sfumò
il deserto disgregò in granelli grigi
e tutti lo respiravamo
l’asfalto tornò incandescente
di vetrine e occhi
le solitudini tornarono a
sfiorarsi come ogni giorno
nei supermercati negli uffici
nei silenzi e nelle strade festonate di fumo.

Non lo vedevo più, il deserto,
ora c’erano solo loro
ma lo so, lo sento, il deserto
l’abbiamo respirato, io e loro
lo respiriamo
e già si annida negli alveoli
già scivola tra le camere del cuore
e le ombre cerebrali
il deserto
a volte scivola
negli occhi
il deserto.

Ma ora ci sono loro,
solo loro.
Il deserto.



Per un ufficio postale


Il timbro sonoro
del timbro postale
risuona come uno sparo.

Sipario, silenzio, sipario.

Il colpo è ora più svelto.
Più tardo lo è il primo
della busta più nuova;
o tre,
quattro a mitraglia,
cinque per l’India,
sette sui bolli
di piccola taglia.

E’ un gorgo del tempo
quel solo momento
rimasto sospeso, che spiazza
la gola come uno sguardo
inatteso. Un secco vibrato petardo
accumula l’aria, compressa,
in una nota diritta
tra il timbro ed il timpano,
si disfa negli elici, e giù ai polmoni
tremando e suonando.

I filatelici lo troveranno
nero e sbavato.

La certifica all’angolo sulla testa impiccata
è un cerchio rotondo, oscuro presagio.



Rassegna delle donne del primo mattino


Una studentessa distratta mi offre il suo volto:
scivolo sullo zigomo rotondo,
già sento il soffice soffio del seno…
Ma non oso spaventarla,
scaravento lo sguardo sul selciato.

Sul treno, dietro la tenda ambrata dei capelli,
una ragazza sfoglia un libro di poesie
come se sbucciasse una cipolla,
strato a strato.
Intanto, nel fumo della caffettiera,
un’amica chiude le palpebre
per altri due, tre secondi,
un ultimo tentativo di riafferrare il sogno
sguizzato via al suono della sveglia.

Un’altra, che forse neanche ti riconosce più,
seduta sull’autobus stringe le cosce
in cerca della scarica elettrica
che la tenga sveglia,
della carezza di vita che divampa veloce
dall’inguine al collo.

Una donna col velo
sorseggia dall’incavo della mano
presso una fontana,
e il suo corpo nascosto
segue il fluire dell’acqua,
diventa acqua
sorseggiata dal vento.
Esce con due grosse buste gialle
la poliziotta dal supermercato,
ha da poco smontato dal turno di notte
e si sofferma a leggere questo foglio
che poche ore fa mi ha requisito:
i suoi capelli biondi e il suo sorriso scippato
sono una sfida all’informe
grigiore tornito dalla nebbia.

Una ragazzina dalle calze colorate
inarca un arcobaleno sull’asfalto
e i suoi passi disegnano schizzi di Van Gogh
nell’aria,
mentre una folata tiepida si nasconde sotto il
gonnellino.

Maestosa, elegante, perita nell’accarezzare
le strisce pedonali,
ti rapisce col suo saluto rauco e graffiante,
avvolta in una sciarpa di visone e profumo;
è bellissima, ed ha settant’anni.

In aula, durante la prima ora di lezione,
mi volto dietro, e mi illudo di uno sguardo
che sembra fuggito da un quadro preraffaelita,
levigato e ceruleo…
Ma sta solo fissando la lavagna,
gli occhi si fanno appuntiti, tutta pupilla.

Seduta sul letto, con uno specchio a mano,
si sistema la bandana a pallini bianchi
sulla fronte perfetta ed ampia
e copre con un sospiro
lo scandaloso silenzio del suo capo spoglio
e della foto di tre mesi fa, a Parigi,
con lui e con i capelli lunghi come un fiume di
notte…
In policlinico il giorno inizia quando spengono
i neon.

Su una rete locale,
l’attricetta esibisce il suo ghigno
di rossetto rassegnato;
si è svegliata molto prima del sole
e ora le sue gambe vellutate e intirizzite
(che mai conobbero la cellulite)
singhiozzano
nella televendita di un vibromassaggiatore.

La testa un po’ inclinata a sinistra,
(si massaggia il collo morsicato dal cuscino)
si avvia per il vicolo ancora soporoso,
spingendo la bicicletta con dolcezza.
È lei. La seguo,
scuotendo dal cappotto ciò che resta del buio,
seguo la cascata bionda sulle spalle,
la mano che accarezza il sellino,
e l’ultimo sbadiglio che ancora mi cela
le foglie limpide degli occhi.
In fondo, sul ciglio dell’incrocio,
il giorno comincia a fare chiasso.

Per voi, mie dame,
il sole s’arrampica tra le nuvole,
le antenne, le strie degli aerei.