A MILANO C’È LA PROTESTA DEGLI STREET ARTISTS DELLA MUTUA
apparso sul sito de Gli Stati Generali (link qui) il giorno 11 marzo 2017

C’è una follia in corso in questi giorni a Milano che corrisponde alle “celebrazioni” per i dieci anni dalla mostra “Street Art – Sweet Art” del 2007.

Per chi non lo sapesse: Nel 2005 in California esplode il fenomeno Banksy: il mondo dell’arte mondiale riscopre il mondo dei graffiti sui muri, che negli anni si sono evoluti e non sono piu’, in alcuni casi, semplici nomi scritti a bomboletta. C’e’ pero’ un problema: i graffiti sono gia’ entrati nel mondo dell’arte ufficiale nel 1984 e bisogna trovare un nome adeguato per “vendere” i rappresentanti di questa nuova ondata.

Qualcuno tira fuori un nome geniale: street art. Commercialmente l’idea e’ una bomba: il concetto di “vendere la strada”, di far provare ai ricchi collezionisti americani il brivido di portarsi a casa qualcosa dal sapore “illegale” si rivela un successo strepitoso. Banksy, e i suoi epigoni, raggiungono quotazioni da far paura. In Italia, tutto questo si traduce nell’interessamento di Vittorio Sgarbi, allora Assessore alla Cultura di Milano, ai graffiti: celeberrima la frase con cui paragona il Leoncavallo alla Cappella Sistina (anche se al Leoncavallo si celebra un altro tipo di Maria).

Viene quindi organizzata una grande mostra al PAC dove, col tipico pressapochismo italiano, ad alcuni artisti importanti, che hanno lasciato davvero un segno nella storia dell”arte di strada” milanese se ne aggiungono alcuni decisamente trascurabili. Si sa come sono le mode, soprattutto nell’era in cui viviamo: per molti di quegli artisti la disillusione arriva presto. Ma mentre nel resto del mondo la gente si e’ rimboccata le maniche, cercando di sfondare solo con le proprie forze – è il caso per esempio di “Cash”, vecchio writer new yorkese anni’80 che ha raggiunto il successo solo ora – a Milano si sono inventati la “street art della mutua”.

Al Pac, nella conferenza stampa di presentazione delle cinque giornate di celebrazioni, alcuni “artisti” hanno inscenato una protesta fatta di schiamazzi e parolacce adolescenziali contro “il Comune” colpevole di “sfruttarli solo quando fa comodo”. Leader dei dissidenti, un tizio che qualche anno fa era solito scrivere sui muri frasi “poetiche” rubacchiate a poeti ben più famosi (“il futuro non è più quello di una volta”, storpiatura di un noto verso di Rilke, il suo furto più celebre). Gli artisti della mutua si sono lamentati di non riuscire a sbarcare il lunario con la loro arte, chiedendo aiuto al Comune. Ora: noi sappiamo che la crisi e’ un problema serio, ma non capiamo cosa diavolo c’entri il Comune in tutto questo. Pretendono, gli street artist della mutua, un assegno di mutuo soccorso a carico della cittadinanza?

Nel tentativo di dare spessore alla protesta, qualcuno ha tirato in ballo la questione della possibile cancellatura del murales dell’artista Blu dai muri del PAC. Se questo fosse il tema, ci mancherebbe, gli artisti della mutua avrebbero tutta la nostra solidarieta’. Ma a questa rivendicazione se ne sono aggiunte altre, elencate punto per punto, tutte con al centro la stessa follia: quella che “il Comune” debba mantenere, in vario modo, gli street artist.

A tutti questi artisti che “la strada” o non la vedono da decenni o proprio non l’hanno mai vista, vorremmo far notare quanto segue: 1) La street art si chiama “street” art perche’ fatta in strada, in maniera illegale. Nonostante i milioni di euro guadagnati, Banksy tre anni fa ha ricoperto New York di decine di opere illegali. Voi da un lato rivendicate il diritto a presentarvi come i paladini della “strada”, dall’altra volete la pacca sulla spalla, e i soldi, delle istituzioni. Troppo comodo.

2) Proprio perché figli della “strada”, Banksy, e tutti gli street artist che hanno avuto successo dopo il 2005 nel mondo, non ha mai agitato il cappello davanti all’Assessore di turno. Hanno preso quello che e’ arrivato, certo, ma non si sono mai dannati l’anima per ottenerlo perche’ avevano fiducia nel loro talento. Ve lo vedete Banksy a protestare con il Sindaco di Londra? Ve lo vedere Phase 2 andare al City Hall a menar cassa? Non c’e’ un diritto intrinseco a fare l’artista, (Taki, ovvero colui per il quale siete li, fa il meccanico dal 1975), non siete intitolati per diritto divino a campare con la vostra arte.

Il vostro mendicare attenzioni dimostra in fondo solo una cosa: che in voi stessi non ci credete nemmeno voi. 3) I graffiti hanno da sempre, purtroppo, carattere effimero. Sono state cancellate opere di Phase 2, Seen, Dondi, Lee, quasi tutte le cose fatte a New York da Banksy, e per restare a Milano muri e pezzi di Rae, Styng, Neuro, Mind eccetera. Eppure i loro nomi sono leggendari: i vostri no. 4) Il vostro tentativo goffo di coinvolgere nella polemica i writers recentemente vittima della politica repressiva messa in atto dal Comune contro i graffiti è senza senso.

È normale che il Comune metta in atto una politica repressiva nei confronti dei graffiti illegali, accade dal 1969 – ed è proprio in virtù di tale repressione che i writers, quelli veri, traggono la motivazione per continuare a sfidare le istituzioni con la loro arte (per informazioni citofonare Utah-Ether, che alla sfida dell’autorità hanno sacrificato l’esistenza). Voi invece ve ne state al caldo di un Assessorato o di un negozio, a decorare questo o quell’altro muro a cottimo, facendovi dare un bravo tema su cui far lavorare le vostre brave bombolette, presentandovi come ambasciatori di una cultura di cui non fate più parte o di cui non avete fatto mai parte.

Cosi’, mentre chi fa parte della cultura viene arrestato per associazione a delinquere, voi passate alla cassa, guadagnando sulle sue spalle. Quando c’era da decorare l’Assessorato, mentre altri venivano processati, avete per caso protestato? E adesso, adesso che non riuscite piu’ a pagare l’affitto, adesso protestate? Eh no, cari ragazzi: o state di qua, e baciate la mano che vi sfama, o state di là, e in Assessorato non ci andate. Il “poeta”-leader sindacale, il giorno prima è in Duomo e sui giornali a lavorare per le Istituzioni e a prendersi visibilità, il giorno dopo protesta contro quelle stesse Istituzioni perché il prezzo non e’ Giusti In questo si che siete artisti di talento mondiale: artisti del paraculismo.

5) Ma la cosa peggiore, che vi toglie l’alibi della buona fede, è quando dite “ci hanno cancellato le opere per cui come conseguenza sono aumentate le tag”. Ovvero, voi gettate la croce addosso ai writers stessi, li additate come nemici, come prede. Vi rappresentate come “la parte buona” del movimento, contrapponendovi a una ipotetica “parte cattiva” – e poi però, come già detto, vi rivendete alla gente come “parte cattiva”, come “strada”, in cambio di soldi.

Che questa distinzione venga fatta da media, giornalisti e istituzioni è assolutamente normale – è così da mezzo secolo – ma che venga fatta da voi è una bestemmia urlata contro la cultura stessa.

Seen – che vende tele a 100 mila dollari l’uno – non si sognerebbe mai di dare addosso a chi fa le tag ora a New York, e nemmeno Banksy che sempre a New York si fa il tag tour, o Shepard, Jonone, Daze, Cash nessuno di quelli che nel mondo rappresentano davvero questa cosa bizzarra chiamata “Street Art” avrebbe il coraggio di indicare pubblicamente “un nemico” contro cui diventa legittimo scagliarsi.

Non siete, quindi, solo paraculi: siete anche ignoranti.

P.S. Chi scrive nel 2015 ha intervistato l’artista New Yorkese Sharp. A precisa domanda su chi fosse il miglior writer del mondo, Sharp ha risposto “There’s no doubt: it’s Rae”. Ecco, per concludere citiamo quello che proprio Rae vi ha dedicato sul suo profilo facebook:

less ego, more talent, bitches!


Stefania Borghini, Luca Massimiliano Visconti, Laurel Anderson, and John F. Sherry, Jr. SYMBIOTIC POSTURES OF COMMERCIAL ADVERTISING AND STREET ART. Rhetoric for Creativity. Journal of Advertising, 2010, vol. 39. no. 3, pp. 113-126. ISSN 0091-3367. 00110.27S3/JOAOO9I-3367390308.

Disponibile QUI.


Luca M. Visconti, John F. Sherry Jr, Stefania Borghini, Laurel Anderson. Street Art, Sweet Art? Reclaiming the “Public” in Public Place. Journal of Consumer Research, Vol. 37, October 2010. DOI: 10.1086/652731

Disponibile QUI.


Federico Ricci. Due possibili forme di resistenza poetica. Tesi di Laurea. Scuola di Studi Umanistici e della Formazione - Corso di Laurea in Filologia Moderna. Relatore: Ernestina Pellegrini. Correlatore: V. Sabelli Biagini.

Disponibile QUI.


Andrea Masiero. Via dalla Street art: Poesia di strada. Tesi di laurea. Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione Università di Ferrara. Relatore: Maria Antonietta Trasforini.

Disponibile QUI.


Francesco Terzago. Poesia di strada e Street Art nella società globale e della pubblicità. L'esempio italiano di Ivan Tresoldi e del gruppo H5N1. Electronic Journal of '900 Italian Literature - © 2013 - Giugno-dicembre 2013, n. 1-2.

Disponibile QUI.


Vi segnaliamo un volume appena pubblicato da La Caravella: il titolo è Parole che si fanno strada. L'autrice, la psicologa Elena Cornacchione, ripercorre la storia della streetart e della streetpoetry (italiana e internazionale) in maniera completa e piacevole, includendo un apparato iconografico estremamente interessante. Il libro contiene anche una nostra intervista.

Potete trovarlo in libreria oppure online (ad esempio, scontato, a questo indirizzo http://www.ibs.it/code/9788897733645/cornacchione-elena/parole-che-fanno.html).


C'é un artista a Torino che ci piace particolarmente. Si chiama OPIEMME e ha iniziato a lavorare sui muri parecchi anni fa, tra i primi della nuova stagione di poesia di strada italiana iniziata negli ultimi anni Zero.
Dire poesia di strada é riduttivo come puó esserlo catalogare Pier Vittorio Tondelli nella "letteratura gay" e sbattere i suoi libri in uno scaffaletto della Mondadori insieme a copertine rosa di blogger nevrastenici, romanzetti usa-e-getta o manuali d'amore. Non credo valga la pena spiegare troppo cosa é OPIEMME: per chi lo utilizza, Facebook accoglie una pagina con le foto dei suoi pezzi e altri contenuti: www.facebook.com/opiemme (oppure sul sito http://www.opiemme.com/).

Per noi, ci basta ricordarvi che esiste, é attivo e che il suo modo di fare arte ("anonimo" é solo uno degli aggettivi) é apprezzabile anche per una rara onestá intellettuale.
Prima ancora, dunque, della bontá dei suoi prodotti artistici e del vivo interesse che il suo modo di stare poeticamente nelle cittá ci ha sempre suscitato, c'é un approccio sincero verso l'arte, chi la fa e chi la vive come pubblico. Enjoy.



Pavia, agosto 2012


INEDITI UN MANOSCRITTO SUL GRADUALE RITORNO ALLA NORMALITÀ DOPO LA LIBERAZIONE
Montanelli e la Milano del 1945
«Sono rivoluzionari solo i muri» Da acuto osservatore prevedeva la stabilizzazione moderata

A Roma si aspettava «il vento del Nord» con un misto di impazienza e di timore.
L'impazienza era stata nei partiti di sinistra che avevano preventivato quello slancio rivoluzionario che nel Sud era mancato o si era subito insabbiato nelle «combinazioni» tipiche della mentalità meridionale, e particolarmente di quella romana. Il timore era stato nei partiti di destra che avevano dubitato di poter mantenere, a contatto del Settentrione, la necessaria opera di riforma in quel quadro di ordine e di legalità oltre il quale non c'è che l'anarchia o la dittatura.

Liberazione: i partigiani entrano a Milano
Questi due opposti sentimenti avevano pesato come una condizione sospensiva su tutto il lavoro politico e amministrativo della Capitale, dove non si volevano prendere decisioni che potessero pregiudicare la volontà del Nord. Poi erano giunte le notizie della insurrezione e dell'eccidio di Mussolini. Nenni e Togliatti trionfavano. Bonomi e De Gasperi rabbrividivano. Sembrò a tutti che il giuoco fosse fatto. Ma gli Alleati tirarono il cordone fra il Nord e il Sud del Paese. Dissero che lo facevano per ragioni economiche. In realtà lo fecero per ragioni politiche. Consentirono subito al Comitato di Liberazione dell'Alta Italia di venire a Roma, ma non consentirono ai capi rivoluzionari di Roma di andare a Milano. Quando alla fine lo concessero, alcune settimane erano trascorse: e il vento del Nord si era trasformato in una leggera brezza di fronda.
La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l'attuale democrazia ha ereditato. Gl'italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto. Di qui, la loro smania a soverchiarsi l'un l'altro con la voce e con i manifesti. Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi - aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più».

Ma pur in mezzo alle scritte eccitate, la città ha un aspetto calmo e operoso. Praticamente, le varie manifestazioni politiche sono opera di una ristretta minoranza che ora acclama Togliatti, ora riempie le aule dei Tribunali dove si giudicano i responsabili del neo-fascismo, ora lancia le copie del «Corriere della Sera» risorto col nome di «Corriere d'informazione». Il che non impedisce che Togliatti, quando si presentò alla vera cittadinanza ammassata all'Arena per una partita di football, fu appena applaudito; che la maggioranza dei milanesi condanni senza riserve la condanna inflitta dal Tribunale a un ingegnere, di cui il pubblico accusatore aveva chiesto l'assoluzione; e che il moderato e legalitario «Corriere d'informazione» abbia una vendita tripla o quadrupla dei giornali di partito che istigano alla rivolta.

La «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell'Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl'italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati. Essa sta suscitando un altro inganno a proposito della nuova democrazia, presentandola come sanguinaria e barricadiera.

Ma la realtà ha più buon senso della finzione. Proprio stamani un dirigente di un partito di sinistra mi ha invitato alla riunione da lui indetta presso gli operai di un certo laboratorio chimico-farmaceutico per spronarli a rivendicazioni socialiste o quasi. Gli operai hanno interrotto a malincuore il loro lavoro, hanno ascoltato in silenzio, poi uno si è fatto avanti e ha risposto: «Il nostro proprietario (Lepetit) è un galantuomo a cui vogliamo bene. Ora è deportato in Germania. Per il fascismo e i tedeschi, ha sofferto più di noi. Aspetteremo il suo ritorno, prima di stabilire il da farsi». E hanno ripreso la loro fatica.

È per questo che gli Alleati hanno deciso di abolire il cordone fra Nord e Sud. Essi hanno compreso che, a parte certe manifestazioni oratorie e di parata, la massa non è rivoluzionaria e che in Italia non si ripeteranno i fenomeni della Grecia e del Belgio. La loro sorveglianza si esercita esclusivamente sulla limitata classe dirigente dei partiti di sinistra e sulle loro macchinazioni tattiche e strategiche. L'uomo della strada non li sente. A Milano si può circolare senza documenti perché la «Military Police» non ferma mai nessuno per la strada e le squadre dei partigiani, che un tempo pattugliavano le strade, sono quasi scomparse. Gli altri militari delle Forze Alleate girano disarmati, in pantaloncini corti, quasi sempre a braccetto con ragazze. Il coprifuoco spostato alla mezzanotte e le strade illuminate - sia pure con economia, data la scarsezza di energia elettrica - conferiscono alla città un aspetto normale e abitudinario. È una città di folle che scorrono tranquille lungo due argini di manifesti rivoluzionari.

Indro Montanelli
dal sito del Corriere della Sera online


Vi segnaliamo questo post tratto dal blog di poesia di strada "Parlare coi muri" (a cura di NoiPecore).


"Non fa neppure freddo in questa notte di dicembre, ci accompagnano i caffè notturni, i visi olivastri di uomini raccolti a fumare e parlare, le voci dei distributori che chiedono di inserire tessere, le auto, gli sguardi degli incuriositi, il sonno d’altri nelle case. Il mattino vi accoglierà con questi versi."




Ma come può riuscire il cinema a narrare la poesia con i limiti che gli sono propri, con la sua lingua così concreta, impregnata di realtà tutta visiva anche quando ci si vorrebbe portare in un altrove onirico e immaginario? La scelta di Marina Spada è coraggiosa, delicata, difficile: c’è a Milano e Pavia un gruppo di giovani cultori di poesia che si firma ermeticamente H5N1 e che si propone la diffusione liberazione rivalutazione della poesia nel nostro monto di prosa (di cattiva, di pessima prosa!). Partendo di qui, con l’aiuto di alcuni giovani attori che danno corpo e voce ai misteriosi H5N1 e di un dialogo serrato ma doverosamente non ermetico costruito con loro e, si presume, con gli H5N1, il film affronta il cuore della questione che ha segnato il fugace e intenso percorso vitale di Antonia e che è la giustificazione stessa del film: il senso della poesia, la necessità della poesia. Non importa in quale mondo e quale società.

da Goffredo Fofi, “Un’altissima luna” in Poesia che mi guardi, luca sossella editore, 2010.





Essere writers
by www.santamariavideo.tv (2006)



CIL IV, 248724 metro: distico elegiaco (Pompei, I sec. prima dell'anno 0).

ADMIROR O PARIES TE NON CECIDISSE RUINIS
QUI TOT SCRIPTORUM TAEDIA SUSTINEAS

Mi meraviglio, o parete, che non sia crollata in macerie,
tu che dovresti sopportare i fastidi di tanti scrittori.

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Artists’ Claim for Street Democracy (1)

Artists in this category promoting street democracy, the collective stance, encourage a twofold contestation. On the one hand, they resist individualistic deployment of public space by both other artists and passersby. Consequently, they oppose the capitalistic sale of streets resulting in the commercialization of street art, the egocentric display of the self carried out by artists performing on their own behalf, the overwhelming domination of advertising, and the emphasis on private property marked by the individualistic dwellers and gatekeepers.

The wall of a house is a space that belongs to the eyes of the person looking at it [...] in this sense it’s a public space. When we stick up that particular poem on that particular house we’re not thinking of who’s living there, who probably will never read that poem, because he lives behind it. We’re interested in those who will see it with their eyes [...]. I’m not trying to have a relationship with the people, but with the city. The city is not only made up of people, of buildings, but of relationships between people and buildings, between people and walls, between the eyes of the people and our poetry. (Group h5n1, North Italy).

As Baudrillard said, the architectural phenotypes of the streets, house facades, are public property, so why are they private property? Perhaps we can begin to reason on this matter by saying that I occupy someone’s private property, but someone takes possession of the private property on my street. The street is public and I don’t see why the facades are private. (Mauro, street artist, Eveline, Milan)

I mean every artist that does stuff publicly does it for a different reason. None of us do it for the same reason. A lot of people go against the galleries, like, why should art only be in the gallery? For some stuffy [...] for $900. Why can’t I put a piece up there that’s free? (Disposable Hero, street artist, Phoenix)

On the other hand, artists contest the abandonment and disuse of cityscapes due to the anonymity, grayness, and ugliness of urban space. They note how dwellers lack attachment and a sense of belonging, traversing their towns without meaningful consumption.


(1) Visconti LM et al., Street Art, Sweet Art? Reclaiming the “Public” in Public Place, Journal of Customer Research, 37:511-529, 2010.


Pier Paolo Pasolini: l'impegno politico e i manifesti murali
dal sito www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

Per il Friuli gli ultimi anni Quaranta sono anni difficili: da un lato l’annessionismo jugoslavo, dall’altro residui di retorica fascista, rendevano confuse le tesi di coloro che si battevano per l’autonomia friulana. Pier Paolo nel 1947 è impegnato politicamente: inizialmente prende parte al Movimento Popolare Friulano dal quale però si discosta in un secondo momento, per le sopravvenute tendenze filodemocristiane del Movimento. Matura in Pasolini l’adesione al Partito Comunista Italiano. Nella scelta comunista è decisiva l’idealità popolare che proprio negli anni 1943-45 si consolida e si arricchisce. Le circostanze della morte del fratello Guido rappresentano invece una difficoltà da superare, pur essendo Pier Paolo convinto che l’episodio di Porzùs sia stato un evento eccezionale. Egli vede il Comunismo come l’unica via per una nuova cultura, fondata sulla moralità e sull’interpretazione dell’esistenza. Si avvicina al PCI iniziando a collaborare con il settimanale del partito «Lotta e lavoro» e iscrivendosi alla sezione di San Giovanni di Casarsa. Sulla piccola piazza di San Giovanni c’è una loggia del XIII secolo, in stile veneto. Questo edificio è strettamente legato all’impegno politico di Pier Paolo, che qui espone i manifesti murali: testi di polemica politica scritti in italiano e in friulano, che gli procurano molte inimicizie in un ambiente a forte predominanza cattolica e democristiana. I manifesti sono in parte conservati nell’archivio di Casarsa e sono esposti nella sala dedicata all’impegno politico friulano del poeta.

"L’ANIMA NERA
Se esia duta sta pulitica ch’a fan i predis cuntra di nualtris puares? A saressin lour cha varesin da vei il nustri stes penseir; a ni par che i nustri sintimins a sedin abastanza cristians! Sers democristians a si fan di maraveja se i Comunisc a van a Messa quant che i comunisc a podaressin fasì a mondi di pì maraveja par jodi chei democristians ch’a van a Messa cu l’anima nera coma il ciarbon."


"L’ANIMA NERA
Che cos’è tutta questa politica che fanno i preti contro noi poveri? Dovrebbero essere loro ad avere il nostro stesso pensiero; ci sembra che i nostri sentimenti siano abbastanza cristiani! Certi democristiani si meravigliano se i Comunisti vanno a Messa quando i comunisti potrebbero meravigliarsi di più a vedere quei democristiani che vanno a Messa con l’anima nera come il carbone."

I murali sono databili alla primavera e all’estate del 1949. Pasolini si esprime scrivendo con la lingua del popolo e questo rappresenta di per sé uno scandalo: gli intellettuali comunisti friulani (che invece non si servono del dialetto) vedono in questa scelta linguistica una sorta di disinteresse per il realismo socialista e una conseguente attenzione per il mondo borghese. Questo periodo di militanza comunista è l’unico che vede Pasolini impegnato attivamente nella lotta politica. Gli anni friulani idilliaci di Pasolini stanno volgendo al termine, verso una conclusione drammatica alla quale anche queste polemiche, “politiche e furlane”, hanno avuto parte.



Esempi di manifesti politici, vergati a mano ed affissi sotto la Loggia di San Giovanni. A testimonianza dell'impegno di Pasolini anche sul fronte della pace, al cui Congresso Mondiale di Parigi egli partecipò nel maggio 1949.



dal sito www.corriere.it

Candido o brutale, a Cefalù le due facce dell’amore.
Nella cittadina siciliana un poliziotto arrestato per stalking e un innamorato che tappezza i muri di versi.

CEFALU’ (Palermo) - Il fuoco dell’amore a Cefalù esplode in versi, con manifesti affissi dappertutto per riconquistare il cuore della diletta, ma anche nelle fiamme di auto incendiate, portoni bruciati, pedinamenti e minacce. Da una parte, un ragazzo che implora la fidanzata a non lasciarlo e lo fa con rime baciate incollate sui muri, sui pali, sulle vetrine. Dall’altra, un poliziotto di cinquant’anni che non si rassegna di essere stato mollato e perseguita con gli attentati il nuovo compagno della sua ex, un vigile urbano. Da una parte, un innocente richiamo per tornare insieme chiedendo versi a prestito a poeti e cantautori. Dall’altra, la violenza di «un cittadino al di sopra di ogni sospetto» infine arrestato dal capo del commissariato che in questa capitale del turismo è Manfredi Borsellino, il figlio del giudice immolatosi con Giovanni Falcone nella lotta alla mafia.
L’ARRESTO ECCELLENTE – «E’ la cosa peggiore che possa capitare far scattare le manette a un collega», commenta a denti stretti Borsellino junior, dirigente del Commissariato impegnato per un anno nelle indagini contro l’ispettore Salvatore Vazzano, 53 anni, in servizio alla questura di Palermo, residente a Termini Imerese, arrestato con Pietro Bonaventura, 42 anni, un forestale di Trabia, complice sia nelle minacce alla fidanzata di un amore finito, sia negli attentati incendiari contro l’abitazione della donna e contro l’auto del nuovo compagno. Un classico affresco che porta ad una somma di reati, dallo stalking e minacce aggravate e attentati eseguiti perfino con scooter rubati. Tutto a danno di un vigile urbano tartassato, terrorizzato, la sua auto più volte sfregiata con lo spray da frasi che avrebbero dovuto portare all’apertura di un’inchiesta per sfruttamento della prostituzione. Un incubo.
I MANIFESTI DELL’AMORE – Incubo definitivamente scioltosi proprio nel giorno in cui l’ufficio dello stesso vigile urbano è stato mobilitato a Cefalù per rimuovere da ponti e scuole, alberghi e portinerie, pali della luce e semafori centinaia di volantini incollati da un anonimo ma irriducibile e ostinato innamorato, deciso a far arrivare in ogni modo i versi del suo cuore alla fidanzata perduta. Stavolta senza minacce e attentati. Solo con i versi di Baglioni e Battisti, Dante e Prevert, in un mix confuso, forse scopiazzato dai siti internet su amore e poesia, ma innocuo ed efficace come pensava il giovane cavaliere all’inseguimento della dama perfino sotto la sua dimora. I volantini, infatti, insieme con un mazzo di palloncini rossi, stavano ben assicurati anche al portone di casa. Il tutto senza immaginare però di provocare un caso istituzionale. Perché quando il sindaco Giuseppe Guercio ha scoperto che i suoi vigili venivano indicati come gli autori di un repulisti con rimozione dei volantini è andato su tutte le furie: «Non ho mai dato questa disposizione, anche perché finalmente compaiono per la città frasi d’amore, anziché le solite schifezze...».
AFFISSIONI NON ABUSIVE – Al contrario delle voci rimbalzate domenica perfino su siti e giornali locali, il sindaco non ha mai firmato una ordinanza per la rimozione dei volantini con l’«imputazione» di «affissione abusiva». E Guercio lo grida forte: «E’ solo una bella cosa, non c’è niente d’abusivo...». Posizione rimbalzata al comando dei vigili dove qualcuno si era già mosso, anche perché un input era arrivato proprio dal commissariato diretto da Borsellino, nel giorno festivo, come piccola quotidiana routine, senza nemmeno informare il capo dell’ufficio. Ma quando ieri Manfredi Borsellino ha ricostruito i fatti s’è affrettato a bloccare ogni iniziativa, un sorriso comprensivo per l’innamorato ignoto, un po’ pensandola come il sindaco, deciso anche a far rimettere eventualmente i manifesti là dove si trovavano. Un sorriso comprensivo e amaro, con gli occhi sull’incanto di questo teatro delle vacanze dove l’amore e la sua controfigura sono andati in scena con due versioni. Una candida, l’altra brutale.

Felice Cavallaro
24 ottobre 2011 20:45





dal sito www.revistagodot.com.ar

Borges: sus primeros poemas publicados en Buenos Aires
por Ariel Fleischer

El primer poema publicado por Jorge Luis Borges en Buenos Aires es el que lleva por título “Aldea”, aparecido en la revista mural Prisma, en diciembre de 1921. [...]

***

dal sito www.revistacontratiempo.com.ar

Prisma (1921/1922)

Propósitos:
"Ultra: nosotros los ultraístas en esta época de carcachifles que exhiben corazones desecados y plasman el rostro en carnavales de muecas, queremos desanquilosar el arte. Lícito y envidiable como cualquier otro placer es el que motivan las palabras eficazmente trabadas, mas hay que convenir en lo absurdo de honrar los que le venden, traficando con flacas ñoñerías y trampas antiquísimas. Nuestro arte quiere superar esas martingalas de siempre y descubrir facetas insospechadas al mundo. Hemos sintetizado la poesía en su elemento primordial: la metáfora, a la que concedemos una máxima independiente, más allá de los jueguitos de aquellos que comparan entre sí cosas de forma semejante, equiparando con un circo a la luna. Cada verso de nuestros poemas posee su vida individual y representa una visión inédita. El ultraísmo propende así a la formación de una mitología emocional y variable. Sus versos que excluyen la palabrería y las victorias baratas conseguidas mediante el despilfarro de palabras exóticas, tiene la contextura decisiva de los marconigramas…Nuestros versos son lo importante. Aquí dejamos sangrantes de la emoción nuestra, bajo los hachazos del sol porque ellos no han menester las complicidades del claroscuro…Los rincones y los museos para el arte viejo y tradicional, pintarrajeado de colorines y embarazado de postizos, harapiento de imágenes y medicante o ladrón de motivos. Para nosotros la vida entusiasmada y simultánea de las calles, la gloria de las mañanitas ingenuas y la miel de las tardes maduras, el apretón de los otros carteles y el dolor de las desgarraduras de los pilluelos, para nosotros la tragedia de los domingos y de los días grises. Hastiados de los que, no contentos con vender, han llegado a alquilar su emoción y su arte, prestamistas de la belleza, de los que estrujan la mísera idea cazada por casualidad, tal vez arrebatada, nosotros millonarios de vida y de ideas, salimos a regalarlas en las esquinas, a despilfarrar las abundancias de nuestra juventud, desoyendo las voces de los avaros de su miseria. Mirad lo que os damos sin fijarnos en cómo.…"





Era giunta l'ora di resistere; era giunta l'ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini. (Piero Calamandrei)

A tutti, buon 25 aprile!




Sesto San Giovanni, 2011



Il bisogno carnevalesco, l'esagerazione,
il dialetto, le pose della rabbia e dell'amore,
la scabbia grattata, lo sguardo lupesco

a un corpo sudato, nel buio le urla della paura,
le bestemmie (per una sventura) al signore
che per primo attraversa la strada,

leopardi-vergogna in un giardino
di zebre, i balzi di palazzo in palazzo
come un gigante, pianeti e storie lontane,

una liana al di sopra di una buca di serpi,
le corse schiacciando lumache tra i denti,
la prima risposta pensata, alzare le gonne,

la sottilissima peluria che ricopre le donne
in controluce, l'incompresa fine della storia,
insoluti, incerti, la permanenza sopra una colonna

buttando giù vermi, la corsa, la voce
di un muto loquace che parla ma tace:

nella stanza c'erano tutti a piangerlo quel giorno
- unto, defunto e col capello tinto -
si alternavano per trovare le migliori parole
in memoria del caro istinto.




Sesto San Giovanni, 2011



Immagino, Annette, una lunga distesa di strade invisibili
che si continuino le une con le altre sotto la superficie
del mare in un incrociarsi indecifrabile agli occhi
dei pescatori o dei fuggitivi che solcano quegli oceani.

Immagino che i miei protagonisti scompaiano
come catturati da una forza sovrumana
e le storie di ciascuno si compiano sotto quello strato
infinito di azzurro, mentre l'acqua si chiude sopra di loro
e galleggia.


(Jules Verne, Corrispondenza privata con Annette, 1855)






L'anno 1866 fu caratterizzato da un avvenimento strano, un fenomeno inesplicato e inesplicabile, che nessuno certamente ha potuto dimenticare. Correvano delle voci che impressionavano le popolazioni dei porti di mare e che accendevano lo spirito pubblico nelle città dell'interno, ma in particolar modo ne fu colpita la gente di mare. Commercianti, armatori, capitani di navi, europei e americani, ufficiali delle marine militari di tutti i Paesi, e infine i Governi dei diversi Stati dei due continenti, furono profondamente turbati dallo strano fenomeno.


(Ventimila leghe sotto i mari, 1870)




Sesto San Giovanni, 2011



E' un pianto zittito e senza verve:
nessuna lacrima, non una parola di troppo.
Poi quell'ultimo respiro che serve

come formale distinzione tra il dopo
e il prima, tra chi è di queste terre
e chi s'invola, e scappa via come un topo.

Il medesimo definitivo terrore si declina in altre paure
più piccole, usuali, più accettabili nelle ore
di ogni giorno. Ma non meno scure

nella foggia, abbigliate dello stesso colore
ma di micronica dimensione, di facile allure:
sono i presagi che salgono nelle sere

d'estate, gli avvertimenti dell'aria madida,
delle strade svuotate e l'insieme di lune ceree
da decifrare. Cercando simboli e spade

si finisce a camminare verso il fiume per
il marciapiede sottile di Strada Nuova
di fronte alle serrande abbassate e le vaghe

notizie dei quotidiani locali fuori le edicole
chiuse sprangate. Della città dalle finestre
non passano per le zanzariere i “Dottore, le dico...”

di un paziente-frittata per strada che zufola lacustre.
Travestito da tedesco in vacanza, scansa le ruspe. Rapito
rallenta per soppesare una radiografica luna tra le nubi.

Uno sbadiglio nascosto dietro la mano
invade la strada di evidentissimo umano.




Venezia, 2009



Queste notti, queste notti insonni
che non riusciranno più a essere
così pienamente vive quando lunghi
occhi aperti nella notte, e resse
di pensieri e prostate e funghi
velenosi, e figli e messe
per noi che si muore, ci faranno
ugualmente insonni, come si stesse
aspettando qualcosa da un quotidiano capodanno.

Queste notti, quelle notti di poesia d'amuro
così piene di umano e lanciate nel buio
e sfrecciate per le strade piene di nessuno:
tutte queste notti, come l'attuale di cui ho
un malinconico ricordo. Alle due e uno
del quattordici maggio duemiladieci
qualcosa è passato ed era così bello:
quando la poesia si mette a far le veci
della vita e c'è tutto quanto serva: il castello,
la regina, i versi, i fuochi d'artificio
e gli artificieri, i pompieri, il monello
che spacca i vetri, e una interminabile
lontanissima mattina.




Venezia, 2009



Scintilla la città di manifesti e di insegne,
come un paese fiabesco di gabbie d'usignoli,
ogni muro ha un suo nome che appartiene
all'ultimo vento di questa primavera

nelle notti di malva col pennello
e la biacca si scrive la nuova bibbia.
Il luccichìo dell'alba troverà le case
ferite di parole, come di larghe foglie.

La fiducia è una talpa per gli uomini stanchi;
se riesci a specchiarti in quelle leggende
già tieni il futuro sul palmo,
ma il primo soffio svanisce, come il peccato.

L'eternità nelle promesse è rinchiusa,
nei gesti sospesi e in quella cantilena
che si ripete per vincere il tempo,
quando si parla delle illusioni.

Presto sarà ogni muro un nido d'ombre,
e sulla carta lacera, tra le parole ferite,
i poveri leggeranno questi nomi,
come in un vecchio calendario.


Angelo Maria Ripellino, Versi inediti e rari, in Poesie prime e ultime, Aragno, Torino 2006.




Milano, 2007



Poesia con rima ormai inutilizzabile


Pavia con la poesia
fa solo rima, e non l'amore;
ci vorrebbe una protesi di cuore
appesa in Duomo
o nelle fognature.
Vuoi una soluzione, una via?
C'è la nostra faccia di donna e d'uomo,
mappa di rughe e fughe
                            future.




Venezia, 2009



Questo tempo che passa


Rapido, celere, precipitoso
manovra sviste o impressioni e le spinge
e le conclude per un vento afoso
nel baratro: dal mare che si stinge

in ore di nonnulla in cui eroso
si stringe, alla voce che si finge
suono, al suono che si fa armonioso,
fisso come uno sguardo della sfinge.

Sfinito, questo tempo che non passa
cammina per la strada come tu
adesso, ora, riparato a lato

che ti arrendi a ricevere la tassa
di irrimediabili dejà-veçu.
Nel tempo questo tempo è già passato.



1
4
7
10


“Speciale Poesia che Mi Guardi”, Cineforum N 490, Federazione Italiana Cineforum, Bergamo, dicembre 2009.



Preferirei, a scegliere da che parte stare,
sopracciglia repellenti su lenti da vecchio sorcio
oppure l'entusiasmo di un moribondo mite,
sfinirmi nel produrre secrezioni fosforescenti
e avere un timbro più rauco per la mia voce
dandomi un tono accatastando dinamite.

Provo a imitare i vecchi tromboni
Nonno Rimbamba e Trisavola Arterio:
un oracolo sul trono di valve e dentiere
busti, attaccapanni, fasce, zucchini,
disegni di fiori sopra cocci di fioriere.

Un vecchio zoppo mi rincorre la notte
con cinque capelli pettinati a cimiero:
un artritico cavaliere al galoppo
del suo anemico artrosico levriero.



Developing the use of poetry within healthcare culture


Abstract

While the visual arts are often given consideration as an important feature of healthcare environments, the literary arts remain an underdeveloped resource. This article describes recent nurse-initiated developments in Aberdeen which attempt to integrate poetry into the culture of hospitals so that patients, visitors and staff can be involved. In particular, the 'Poem Post' project is described. This project makes a selection of short poems available on postcards in wall-mounted racks within local hospitals, and incorporates a facility for feedback of comments and new poems. Feedback has been generally very positive and over 100 new poems have been submitted to the project. Issues arising from evaluation of the project are discussed, and lessons learnt from the experience are reviewed in order to encourage nurses to consider the possibilities that poetry can offer in the workplace.


Macduff C, West B. Developing the use of poetry within healthcare culture. British Journal of Nursing 2002 Mar 14-27;11(5):335-41.

Centre for Nurse Practice Research and Development, The Robert Gordon University, Aberdeen, USA.



Vittorio Matteo Corcos. Yorick, 1889. Olio su tela, cm 199x138. Livorno, Museo civico giovanni Fattori.

Il ritratto eseguito dal pittore Vittorio Matteo Corcos raffigura Pietro Coccoluto Ferrigni, giornalista e scrittore umorista, noto con lo pseudonimo di Yorick.
Sul muro giallo del quadro si possono notare, graffiti dal pittore nella parte sinistra, disegni e scarabocchi impertinenti di ragazzetti. Invece, nella parte destra, una quartina ironica riferita al protagonista del ritratto:

Se l'uomo del dipinto qui al naturale
non è giovin, grazioso, e alto, e snello,
se ne accusi il pennello:
non ci ha colpa, per Dio, l'originale.



The poetry of genetics: or reading a genetic sequence — a literary model for cellular mechanisms

by Johannes Borgstein


The human-genome project makes the subtle promise that once all the human chromosomes are mapped we will be in a position to determine the genetic make-up of each individual, and, as a natural consequence, be able to “correct” many of the genetic errors encountered (while carefully avoiding any allusion to the possibilities of misuse).
However, the human genome, as the infinite variety and expression of characteristics demonstrates, is vastly more complex than the sequence of codons would imply, for they can be read in different sequences depending on where the reading starts, which sequences are read, and which ones are suppressed—as a book that has several stories intermingled. To follow only one story, words or passages must be skipped in different places, whereas in other parts, continuous sequences are read.
We may conveniently make an analogy with a sequence of letters, rather than of words, which are followed in variable order, with variable starting sequence. A complex code is thus required to interpret it.
Most classic literary works, furthermore, may be read at multiple levels; generally speaking, the better the book, the more levels may be read in it. A Shakespeare play, for example, may be interpreted as a simple story, suitable for children; a complex story, interpreted by adults; a collection of aphorisms and sayings; or a source of life’s wisdom. Similarly, by analogy, there are multiple levels to the human genome, whose expression varies in response to environmental factors, so as to weave a complex fabric of life at a number of levels and layers which make it extremely complex to interpret.

How the genetic sequences may be read

Through a simple model or analogy, we can explore how a series of genetic sequences may be read in the cell. It is likely that, in reality, it is far more complex at all levels, with a larger number of intertwined “messages”, and that further higher levels of complexity exist in the expression within the cell, leaving aside for now all the possible extracellular effects of the proteins formed. Nevertheless, the analogy gives us some idea of what we are dealing with, and how difficult an interference or “correction” would be at any of these levels.

Let us take the following sequence of letters:

Ikeeptoseeaworldsixhonestservingmen(theytaughtmeall Iknew)inagrainofsandtheirnamesarewhatandaHeavenin awildflowerwhyandholdinfinitywheninthepalmofyourha ndandhowandwhereandwhoeternityinanhour (level 1)

Level 1—letter sequence in Latin script (genetic sequence)
Level 2—language (English)
Level 3—separate words
Level 4—indication of sequence in which mixed messages should be read
Level 5—separate poems (or proteins?)
Level 6—meaning: elementary
Level 7—complex, abstract concepts

With the knowledge that the sequence is written in the English language (level 2), I may begin, with some difficulty, to make out the words:

I keep to see a world six honest serving men (they taught me all I knew) in a grain of sand their names are what and a Heaven in a wild flower why and hold infinity when in the palm of your hand and how and where and who eternity in an hour (level 3)

I then need some knowledge of literature and poetry to be able to separate the phrases, which belong together and are to be read sequentially:

I keep to see a world six honest serving men (they taught me all I knew) in a grain of sand their names are what and a Heaven in a wild flower why and hold infinity when in the palm of your hand and how and where and who eternity in an hour (level 4)

Until, finally, the two quatrains are set down separately:

To see a world in a grain of sand and a Heaven in a wild flower hold infinity in the palm of your hand and eternity in an hour. (William Blake)1

I keep six honest serving men (they taught me all I knew) their names are What and Why and When and How and Where and Who. (Rudyard Kipling)2

It is then largely a matter of maturity, education, and environment that determines what these poems mean to me, and how I capture the different levels and use or transmit the implied concepts.

Thus, at least seven levels (panel) may be distinguished in this very simple model of a DNA sequence. The first level is the interpretation of the individual sequence of Latin letters or bases. (One could conceive, perhaps, of one lower level in which the signs need to be interpreted as letters.) The second level requires us to be conversant with the language in which the letters are written, so that the third level permits identification of whole words out of the continuous sequence of letters; from this sequence, in the fourth level, we attempt to make out the phrases that under certain circumstances belong together, but which have been intermingled (some knowledge of the authors involved is probably necessary, and the genetic code must carry instructions as to which sequences should be read and which ones are suppressed). The fifth level of interpretation is to select the separate poems or protein instructions, which then go through a number of subsequent steps, just as a poem may be read on various levels. The purely visual imagery that a child might capture of sand and flowers and the rhythm of the language, and the adult interpretation of the complex abstract ideas, sensations, and emotions that the poem induces, makes them different for everybody—though with adequate emotional similarities for us to identify with the poet and with our fellow reader.
The actual DNA contains a large number of intermingled messages that not only control protein synthesis but also the expression or suppression of other messages.
With our present knowledge, we are only just beginning to interpret the letter sequence. To extrapolate from our model to human genetic engineering (as is too readily assumed and, at times, probably even practised) has further implications.
To insert a viral-linked sequence of genetic material into the correct section of the right chromosome—as has been suggested and attempted for “correction” of genetic defects encountered—is tantamount to throwing a dart at a small distant target, blindfolded. Moreover, it raises questions such as: how can we be sure the sequence will be accommodated into the right place? How do we know it will be expressed correctly? How can we be certain it will not have undesirable side-effects? And how can we be sure the viral “carrier” does not affect the sequence or have other side-effects?

A virus will merge into the genetic sequence at a predestined site (for the virus), which is unlikely to coincide with our chosen site. It will be a matter of chance that it is expressed at all, and even if not expressed, it may interfere with the expression or suppression of other sequences with unpredictable results. Then, we should enquire what the function of the virus is in the first place, and what its other sequences are able to affect.

In theory, astonishing results may be obtained, but there are too many uncertainties, too many unanswered questions and variables, and probably hazardous consequences that are inadequately considered. To trust to chance is perhaps too simplistic, and even then it may work against us with unforeseen complications (and how can we foresee all the possible complications of a process so little understood?).

The expression of the genetic code may thus be viewed as a language with almost limitless possibilities of expression within the framework of a fixed alphabet (four base pairs and a zero making five possible symbols?) and a structured grammar. Were it otherwise, physical expression would repeat and duplicate itself rather than giving rise to circumstances in which, despite overpopulation, there are not two people alike in the world; or two leaves of a tree for that matter.

Genetic expression is modulated, as a language, by the environment (a language only developed in a social context). The surrounding cells somehow determine the expression and differentiation initally, followed by the addition of neural and more centralised humoural mechanisms as the organism grows in complexity, and, finally, by external environmental factors (think only of the calusses on the hands of a gymnast, where a purely mechanical stimulus induces thickened skin layers). Some environmental stimuli induce a whole series of “programmed” changes, as occurs in the developing embryo, whereas others may induce only minor modulations. All these factors contribute to a unique physical expression—even among identical twins, despite a variable resemblance at some levels. Although the leaves are all different, they are similar enough for us to identify the tree they came from. One of the striking conditions of living systems is that nothing is ever exactly the same; nothing can be static or in equilibrium. To state that evolution is the result of random mutations is akin to assuming that random typing by a monkey will produce the complete works of Shakespeare if we wait long enough—an overly simplistic concept that takes no account of grammar and language, let alone of meaning at its different levels. The poetry of genetics runs a lot deeper than we suspect; perhaps deeper than we can suspect.


Borgstein J. The poetry of genetics: or reading a genetic sequence--a literary model for cellular mechanisms. Lancet 1998 May 2;351(9112):1353-4.



POESIA CHE MI GUARDI
di Marina Spada


Partendo dalla figura di Antonia Pozzi, una poetessa originale e appassionata del Novecento Italiano, morta suicida a soli 26 anni nel 1938, Poesia che mi guardi vuole riflettere sul ruolo dell’artista e del poeta nella società di allora e di oggi. Il film dà voce alla sua poesia e alla sua tormentata ricerca esistenziale, al suo disagio verso un mondo maschile che liquidava il suo talento poetico come disordine emotivo e verso il suo ambiente sociale, la classe alto-borghese milanese, che le impediva di vivere in modo sincero e passionale. Motore e voce narrante del film è Maria, una cineasta che, affascinata dalla Pozzi, ne studia l’opera e ricerca il mondo e i personaggi della sua vita. Decisivo per Maria è l’incontro con gli H5N1...






Venezia, 2009



Poetry in the genes


Canadian poet Christian Bök plans to encode his verse into DNA that will sit within the genome of a live bacterium. He tells Nature why he wants to create an organism that will translate its own poetic response. What gave you the idea?

Two essays I read inspired my Xenotext experiment to encode a poem inside the cell of another life form. The first reported a project at the Pacific Northwest National Laboratory in Richland, Washington, by Pak Chung Wong, who theorized that it might be possible to encode information as DNA and embed it in a microorganism. He enciphered lyrics to the Disney tune "It's a Small World (After All)", and was able to retrieve the information after several rounds of cell division. The second essay was by Paul Davies, an astrophysicist and exobiologist at Arizona State University in Phoenix. He speculated that the most efficient way for an alien civilization to make contact across stellar distances would be to send out robot emissaries to colonize the Galaxy, then wait until a sentient civilization could discover them. He suggested that such machines already exist — living cells — so perhaps evidence of extraterrestrial communication is already embedded in the DNA of life. I thought, why wait around? Why not make them right now? So I set about seeing if it was technologically feasible to encode a poem as DNA.

Which bacterium will you use?

The organism has to be robust. I selected Deinococcus radiodurans, an extremophile that can survive heat and cold, dehydration and high doses of gamma-radiation. And because the organism can repair its DNA very quickly after genetic mutation, it is highly resistant to evolutionary drift.

How will the poem be encoded?

The poem can be most easily encoded by assigning a short, unique sequence of nucleotides to each letter of the alphabet, as Wong has done. But I want my poem to cause the organism to make a protein in response — a protein that also encodes a poem. I am striving to engineer a life form that becomes a durable archive for storing a poem, and a machine for writing a poem — a poem that can survive forever.

Will future generations decode it?

My project is analogous to building a pyramid and then leaving undecipherable hieroglyphs all over it: later civilizations may not understand the language, but its presence will testify to the enduring legacy of our own civilization. An alien readership hundreds of thousands of years from now might recognize that such tampering with an organism constitutes evidence of an advanced intelligence trying to communicate.

What will the poem be about?

I don't know yet — I have to let the vocabulary, derived from my chosen cipher, determine what's possible for me to say based on all the constraints of making a functional sequence. I hope the poem won't be a decision so much as a discovery. Language is very robust. Even under duress, it finds a way to say something uncanny, if not sublime. Poets are always trying to write works that 'come alive' — but I'm trying to write a poem that literally is a living thing.

What is the status of the project?


Stuart Kauffman, a genetics professor at the University of Calgary, Canada, is lending me the expertise of his lab. The scientific portion will cost around Can$20,000 (US$16,000) and I hope to complete the work over the next two years. It will form the premise for a poetic monograph. I will also produce a conceptual art show that will include a sculpture of the gene made from toy molecules, and a diptych of images generated through DNA fingerprinting of the microbe.

Might DNA writing have practical uses?

You could 'watermark' genetically engineered organisms to track their movements through ecosystems, or trace the evolutionary progress of disease, or encode a 'user's manual' within the organism itself. I also imagine the technology could be used cryptographically as a convenient, secretive method of transmitting information. I believe that, in the future, we might want to store data in DNA simply because we want to protect our cultural legacy from planetary disasters — and I hope to be among the first poets to make a work of art out of such a burgeoning technology.


Interview by Krista Zala, a journalist based in Victoria, Canada.
Email: kzala@nasw.org

Bök C. Q&A: Poetry in the genes. Interview by Krista Zala. Nature 2009 Mar 5;458(7234):35




Foto di Hkos, Germania (2007)



«La metropoli si presenta come luogo aperto dell’identità sociale, della memoria culturale e delle possibilità storiche. Questo spazio è quello che oggi può essere invaso dai linguaggi che sotto l’impatto della globalizzazione dei rapporti culturali non sono proprietà di nessuno. [...] Sono tali linguaggi che ci permettono di 'esserci', che permettono all'essere di esplorare le possibilità nuove. Questi linguaggi parlano, e parlano di un luogo culturale particolare dove il passato e la memoria, le iscrizioni e le prescrizioni, sono ri-scritte, ri-citate e ri-situate.»

Iain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell'epoca postcoloniale, Roma, Meltemi, 2003.



Hong Kong



Poesia che mi guardi

Poesia che mi guardi, il nuovo documentario di creazione della regista milanese Marina Spada, sarà presentato l'11 settembre alle ore 12 - in anteprima - alle Giornate degli Autori - Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2009.
Proiezione speciale della sezione “Il Cinema del reale”, il documentario, girato tra Milano, Pavia e Pasturo, si ispira alla figura della giovane poetessa e fotografa Antonia Pozzi, che si lasciò morire, a soli 26 anni, il 3 dicembre del 1938.

Nel documentario (e nella realtà), la poetessa rivive oggi grazie al gruppo H5N1, i poeti di strada che credono nella pandemia poetica e, ormai da anni, interpretano sui muri la propria poesia in forma gratuita, leggera e anonima. Oltre ad essere "personaggio" del film (interpretati dagli attori Carlo Bassetti, Enrica Chiurazzi e Marco Colombo Bolla), il gruppo H5N1 ha collaborato con la regista e con le sceneggiatrici nella elaborazione dei propri personaggi e nelle loro analisi sulla poetessa Antonia Pozzi e, più in generale, sulla poesia.

Scheda del Film Poesia che mi guardi

Trailer

***


Fonte: Il Sole 24 Ore - 18 ottobre 2009

Sciabolate punk.
Il film di Marina Spada sulla poetessa suicida Antonia Pozzi è pieno di riferimenti attuali, ma non ha distribuzione


Nella geometria brutale dei palazzi della periferia milanese che, come un colpo allo stomaco, respingono chi è abituato alla rotonda armonia di tanta parte d'Italia, c'è spazio per la poesia. Nelle chat di studenti con i pantaloni scampanati, le felpe aderenti col cappuccio e le borse a tracolla, come stilemi di un cartone animato giapponese, Marina Spada con il film Poesia che mi guardi fa vivere Antonia Pozzi, poetessa nata a Milano nel 1912 e morta suicida nel 1938.
Nessuno stupore per chi mastica versi: Pozzi è una figura conosciuta. La meraviglia è invece per come i versi si trasformano in film, ferendo lo spettatore con la loro moderna, bruciante, geniale attualità. «Spingo più che posso lo sguardo al limite dell'orizzonte. Mi dico: è più grande. Lo stesso provo pensando all'eternità. Sempre, ripeto a me stessa, sempre. Parola terribile. Terribile come la parola mai» recita Elena Ghiaurov, che interpreta il personaggio di Maria, leggendo le parole di un'Antonia appena tredicenne. Maria studia Pozzi senza celebrarla. È sobria e asciutta nel ricercarla dentro una Milano che non si compiace dei suoi stereotipi, che viene stanata nella metro, sul tram, negli svincoli dell'autostrada, nel sonno dei quartieri dormitorio, ordinati, spenti, slavati.
E intanto pulsano le parole. «Per troppa vita che ho nel sangue, tremo nel vasto inverno». E spoglia, invernale appare piazza del Duomo con i piccioni che dall'alto sembrano cibarsi del pavimento disegnato. Immagini geometriche, razionali, come il dibattito che Maria intavola con gli H5N1, un trio di ragazzi che, di notte, come ladri, appende versi sul muro. H5N1 è il termine tecnico per indicare l'influenza aviaria, rubato dagli studenti perché la poesia è un virus che se si diffonde diventa contagioso. La parte maschile del trio inizialmente appare scettica: bolla i lavori di Pozzi declassandoli a un tipo di poesia femminile tardo ottocentesca, legata indissolubilmente alla natura. «Restare a notte, stesa sul prato con le vene vuote, le stelle a lapidare. Imbestialita la mia carne disseccata, morta», risponde un verso di Antonia, ventenne, come una sciabolata punk. Dopo una carrellata veloce sulle foto in cui lei, rampollo di una famiglia dell'alta borghesia milanese, si esibisce amazzone a cavallo, in bicicletta, in alta montagna, la telecamera scorre sulle immagini scattate da Antonia stessa: la brughiera di Porto di Mare, ora fermata del metro, dove guarda gli operai uscire «in curvi profili» che «schiuderanno laceri varchi nella nebbia». O negli scatti in cui cenciosi bambini sono seri e non schiamazzano, come quelli che la accolgono nelle case sfrattate di via dei Cinquecento che va a visitare. Simili a quelle in cui oggi si infilano gli extracomunitari clandestini. È attuale Poesia che mi guardi, girato con un budget minimo – come già era accaduto per Forza cani e Come l'ombra –, proiettato come evento speciale alle «Giornate degli autori» di Venezia, ma per ora senza distribuzione. Speriamo che passi sui grandi schermi (a Milano ci penserà il cinema Mexico ed è prevista una programmazione anche in altre sale lombarde) e venga riversato nei dvd, perché un film così è vero, attuale e inchioda.
In questi giorni Marina Spada è a Roma. Il progetto per la sua prossima pellicola Metafisica per le scimmie, sul mondo del lavoro, – uno dei tre prescelti dall'associazione Cento autori – è alla Fabbrica dei progetti, al Festival internazionale del film di Roma, in cui i produttori incontrano i distributori. Film Kairòs, che produrrà il prossimo lavoro di Spada, ha ottenuto un finanziamento di 900mila euro dal ministero dei Beni culturali. E intanto chissà che a Roma qualcuno non superi lo scetticismo, come ha fatto il gruppo degli H5N1, per la poesia di una ragazza benestante, apprezzata come intellettuale, ma non come poeta, dal gruppo dei suoi amici storici Vittorio Sereni, Enzo Paci, Alberto Mondadori, Remo Cantoni, Dino Formaggio. «Scrivi il meno possibile – le raccomandavano –, controlla il tuo disordine emotivo». Fino a che a 26 anni decise di porre fine a quel disordine e dare corpo ad alcuni suoi versi: «E un giorno, nuda, sola, stesa supina su troppa terra starò, quando la morte avrà chiamato».

Cristina Battocletti

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Fonte: L'Unità - Edizione Nazionale, 11 settembre 2009

Versi e ceneri di celluloide, la poesia incontra il cinema

Ci sono poeti «sommersi». Poeti per una sera. Registi poeti che recitano i versi della mamma. E c’è anche Citto Maselli che declama Ungaretti e Montale a memoria: una sua passione fin dal ’43, confessa. È bello che il carrozzone rumoroso e distratto di Venezia 2009 sia riuscito persino a trovare uno spazio di «silenzio» per la poesia. È successo l’altra sera con un reading aperto a tutti, dal sapore anni Settanta. A fare da accompagnamento «live» ad una manciata di documentari italiani che, qui al festival, hanno portato la memoria dimenticata dei nostri poeti.
Come Poesia che mi guardi, di gran lunga il migliore, che evoca la figura della poetessa milanese Atonia Pozzi, morta suicida nel ’38, all’indomani della promulgazione delle leggi razziali. E a firmarlo è anche una donna: Marina Spada, regista milanese autarchica e combattiva che nella poesia ha sempre navigato. Lo testimoniano i titoli dei suoi precedenti film: Forza cani da Nanni Balestrini e Come l’ombra - passato come questo nel 2006 alle Giornate degli autori - da un verso di Anna Achmatova. «Ho scelto di fare questo omaggio ad Antonia Pozzi, intanto perché è una donna - spiega -. Una donna che viveva, che desiderava. E desiderare è rivoluzionario. Infatti per non tradire se stessa si è tolta la vita». Attraverso le sue poesie, la sua vita quotidiana racchiusa in immagini di repertorio il film ci accompagna alla sua scoperta. Fotografando anche il presente, la Milano di oggi e il «bisogno di poesia» che, nonostante tutto, è ancora vivo. Anche fra i giovani. A raccontarcelo è un gruppo di Pavia, gli H5N1, sigla scientifica dell’influenza Aviara. «Perché la poesia si deve diffondere come un virus», dicono i poeti che compongono i loro versi e li incollano sui muri. «Viviamo in un mondo - prosegue Marina Spada - che nega ogni forma di poesia. E quindi la libertà individuale. Siamo circondati da venti di guerra e da spinte patriottarde. Come diceva qualcuno la patria è l’ultima risorsa dei mascalzoni. Siamo arrivati davvero a toccare il fondo. Ormai non c’è più terra». Da qui la scelta coraggiosa di un film «controtendenza» - produce Renata Tardani - perché «il cinema non è un gioco per ragazzini di buona famiglia ma una responsabilità nei confronti del paese che deve formare le nuove generazioni». Un impegno che lei ha ben presente, da anni, come insegnate alla Scuola di cinema di Milano, dove ai suoi studenti oltre al cinema insegna anche la poesia.

Completamente digiuno di versi - per sua ammissione - è invece Tony D’Angelo autore di Poeti, il documentario passato in «Controcampo italiano» che ha come punto di partenza lo storico raduno di Castelporziano del ’79, sorta di Woodstock della poesia, dove passarono da Gregory Corso ad Allen Ginsberg. Figlio d’arte - suo papà è il «monumento» Nino - Tony D’Angelo ha già alle sue spalle un sorprendente esordio con Una notte, viaggio in una Napoli insolita e popolata di varia umanità. Per Poeti l’impianto è lo stesso, anche se meno efficace: lo spettatore, infatti, viene accompagnato in una «trasandata» notte romana alla scoperta di poeti underground che popolano le notti di San Lorenzo. Tra bevute, versi, e il sogno di poter rifare un nuovo Castelporziano. Alle voci in libertà di questa umanità appassionata fanno da controcampo quelle dei poeti «istituzionali»: Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Vito Riviello, Luciano Luisi, Dante Mafia. Su tutti il fantasma di Pasolini dalla cui voce ascoltiamo le Ceneri di Gramsci, davanti alla tomba del fondatore del nostro giornale, che riposa nel cimitero acattolico, accanto a Keats, Shelley, Corso e Amelia Rosselli. Completa il menu di «cinema e poesia», Alda Merini, una donna sul palcoscenico di Cosimo Damiano Damato, passato anche questo alle Giornate degli autori.

Gabriella Gallozzi
ggallozzi@unita.it

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Fonte: Io Donna, supplemento del Corriere della Sera, 29 agosto 2009

Una giovane autrice morta suicida, una regista battagliera. Dalle loro affinità è nato un film. Che promette di movimentare la Mostra del cinema. E risvegliare la passione per la poesia.
Vi contagerò di VERSI

Il primo film se l'era finanziato con una sottoscrizione su internet. Per il secondo ha mentito alla banca («un prestito per ristrutturare il bagno»). Per il terzo, Marina Spada ha scelto canali più ortodossi. Soldi ne ha avuti pochi ma il suo film, Poesia che mi guardi, fatto con tecniche da guerriglia del cinema indipendente, è stato selezionato dalle Giornate degli Autori che si svolgono durante la Mostra di Venezia, da anni punto di incontro di originalità poco istituzionali: niente bodyguard da queste parti, niente tappeti rossi.
La casa di Marina Spada, nel popolare quartire Stadera di Milano, lo stesso dove è cresciuta, urla le sue due passioni. La prima, il cinema, che copre due pareti, nella forma di post-it colorati, compilati, ordinati su colonne: «La spina dorsale del mio prossimo film». La seconda, la poesia: Neruda, Anne Sexton, Caproni, Ginsberg, Saba, Emily Dickinson, sugli scaffali della libreria. Passioni ora coniugate in un solo film, oggetto strano, «non di finzione, ma nemmeno solo un documentario» per raccontare una poetessa, Antonia Pozzi, nata nella buona borghesia milanese, morta suicida a 26 anni nel 1938, la donna che l'italianista Maria Corti, che la conobbe all'università, descrisse così: «Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi». Un film fatto delle immagini e delle parole di Antinia (che era anche fotografa), dei filmini familiarei ma anche di un presente, questo sì finziona ma nemmeno troppo, in cui a imbattersi nell'opera della Pozzi è un collettivo di giovani poeti, gli H5N1 (il nome di laboratorio dell'influenza aviaria), che cerca di spargere il contagio del verso. Malattia che ha colpito, molto tempo fa, anche l'autrice. «La prima persona a parlarmi della Pozzi è stata la mia analista. "Guardami, sono nuda", da Il canto della mia nudità, è stato il verso della conversione. Antonia lo scrisse a 17 anni: era innamorata del suo professore di liceo, più vecchio di lei di 18 anni. innamorata dell'amore come tutti gli adolescenti, osteggiata dalla famiglia, nel 1929, momento in cui il fascismo considerava le donne bestioline disordinate emotivamente da rieducare tramite la maternità, Pozzi distillava modernità. L'amore, da quel momento, è stata la grande mancanza della sua vita».

Ed erano proprio gli uomini, compresi quelli che lei amava, a consigliarle di «scrivere pochissimo». «Luciano Anceschi ha compilato un'antologia di poesia lombarda e non la cita»: arriva quasi a indignarsi, Spada. «C'è un passo in cui è solo "la dolce Antonia", nemmeno il cognome». Un film per renderle giustizia? «Per parlare di una donna che non ha pubblicato un rigo in vita. al discorso di accettazione del Nobel Montale disse: "la poesia non ha mercato". E' così. Con la poesia sei solo davanti alle tue parole e a te stess. Il primo componimento che ho letto Howl (l'urlo) di Allen Ginsberg, a 17 anni, mi ha permesso di capire che il mondo era altra cosa dall'oratorio che frequentavo. Ho capito che esistevo, che quello che pensavo era importante e che siamo al mondo per cambiare il mondo. Tante volte ho provato sentimento per cui non avevo parole, e allora leggevo finché non arrivavo a un punto di sintesi in una frase poetica».
Prendiamo i ragazzi del contagio, gli H5N1. La sintesi loro la fanno sui muri. Cercando di riportare nelle città la bellezza che le ha abbandonate. «Me ne parlò una conoscente: aveva visto sui muri di Pavia fogli anonimi fitti di versi. Li abbiamo rintracciati su internet. Loro, dicono, fanno "poesia d'amuro" che fa il verso ad "amore". Sono tre ragazzi, due studenti di medicina, una specializzanda in lettere. Li avrei voluti nel film ma hanno declinato: "dobbiamo dare gli esami" mi hanno detto. E poi della Pozzi, dicevano, gli importava poco, roba vecchia. Pero quando sono tornata sul loro sito, quanche tempo dopo, ho trovato in apertura la sua Preghiera alla poesia». Contagiati. Anche Loro.

Paola Piacenza

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Altri articoli:


- Raffaele Guazzone, Marina Spada e la poetessa suicida, La Provincia Pavese, 17 dicembre 2009.

- Poesia che mi guardi, Il Sole 24 Ore, 11 dicembre 2009.

- Roberto Silvestri, Per non dimenticare una scrittrice attuale del secolo scorso, il manifesto, 27 novembre 2009.

- Federico Pontiggia, Recensione a Poesia che Mi Guardi, Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2009.

- Maurizio Porro, La poetessa milanese e i suoi versi attuali, Corriere della Sera, 20 novembre 2009.

- F.C., A Vigevano Tutti pazzi per il cinema, La Provincia Pavese, 24 settembre 2009.

- Barbara Sorrentini, Pozzi, la poetessa suicida, rivive nel film della Spada, La Repubblica, 19 settembre 2009.

- Stefania Vitulli, Antonia Pozzi, poesia in celluloide, Il Giornale, 18 settembre 2009.

- Paolo Valentino, Poesia Che Mi Guardi (Marina Spada). Che la poesia cambi il mondo, www.loudvision.it, 11 settembre 2009.

- Maria Teresa Veneziani, Milano a Venezia tra poesia, teatro, arte. Dal docu-film sul Piccolo alla vita della poetessa Antonia Pozzi, i volti della città celebrati dal Festival. Corriere della Sera - Milano, 25 agosto 2009.

- Anna Ghezzi, A Venezia i poeti “da strada” pavesi. Il gruppo H5N1 è protagonista di un documentario firmato da Marina Spada, La Provincia Pavese, 4 agosto 2009.




Pavia, sottopassaggio stazione FS



Un giardiniere ortodosso mi confessava
i suoi spettri, mimando un eccidio di mani sui colli:
raccontava l'immane visione di un tale riccone
domiciliato in Brianza:
rosse lobelie svettanti sulla gramigna australiana,
laghetti sabbiosi virulentati dalle aldrovande,
olivi assediati da mannaruni sbiancati di calce,
palmizi e opulente cascate di datteri,
il vero discobolo sul prato all'inglese,
vicino a Biancaneve un minuscolo nano
e quasi sepolto da cactus enormi, nerastro, il vulcano.


Poetry City
by Cole Swensen
Posted: October 26, 2004 (at identitytheory.com)

I’m going to talk about not poetry of the city, but poetry as a city. Poetry is a city of words, a complex heterogeneity that functions both as its parts and as a whole. It’s full of systems—metaphoric, symbolic, sonic—analogous to the sewage, electrical, and transportation systems that animate a city. You look at a jagged skyline, and see the ragged right margin; you read through the quick shifts of much contemporary poetry, and think of a busy intersection in which your view is cut off by a bus one moment, then opened up the next, and then filled with a crowd crossing the street the next.

The poetic forms most common in the Western world today emerged with modernism, itself a product of the shift in consciousness that accompanied the urban explosion of the mid–nineteenth century. Modernist poetry and cities mirror each other, shed light on each other, and remain together in important works, such as Baudelaire’s, that predict and theorize the city as much as they record it.

I’m being somewhat tongue-in-cheek, but only somewhat when I say that a poem is the city of language just as prose is its countryside. Prose extends laterally filling the page’s horizon unimpeded, while poetry is marked by dense verticality, by layerings of meaning and sound. Cities and poetry also share compression, heterogeneity, juxtaposition, and several other things I’m going to touch on briefly in the following.

The base structure of both the city and the poem is the labyrinth. In the city, it’s the physical plan. As in any maze, you can only see to the next corner, never around it. Nineteenth-century Paris is routinely described, in Balzac, Poe, Baudelaire, and elsewhere, as a labyrinth, and as such, something that needs to be unraveled, something coiled up, convoluted, ready to spring. Meaning is often similarly coiled within a poem—not laid out directly; one must follow intricate turns of thought, and unravel.

This is related to another common element: both are based on obscurity, and productive obscurity, at that. The urban imagination is driven more by what it cannot see than by what it can. Urban obscurity can be caused by corners, crowds, passing traffic, or nighttime—which is as occupied as day. Poetry’s obscurities are ambiguity, insinuation, ellipsis, but also darkness—that of the unlit regions beyond logic and reason, regions of impulse and emotion. Poetry is an inherently nocturnal medium, comfortable with shadows, shadowy explanations and shadowy emotions. Keats’s negative capability keeps its balance in the dark world of potential rather than the daylit world of the actual.

Juxtaposition is another crucial common structural element—in a city, we find a church right next to an apartment building right next to a newspaper office. The newspaper itself, the quintessential urban organ, replicates this juxtaposition in miniature: the story of a political coup in right next to an ad for diamond necklaces and a theater review. These things have no connection other than their proximity, and their proximity always demands a mental leap, always serves to put each element out of a context that might naturalize it, making it stand out more vividly. And poetry, too, of course, thrives on juxtaposition on many levels—incongruent images, images right next to abstractions or declarations, sense that doesn’t match its sound, and so forth. It’s the leaps in contrast to moments of flow that allow for the sonic dynamics of poetry and make those dynamics one of its most important aspects.

Collage is an extension of juxtaposition, and arose as a central invention of modernism just as omnibuses, trains, even automobiles were becoming more common. From such vehicles, the city as a collaged composition becomes visible, the eye filling with one scene upon which another was quickly superimposed.

An alternative to juxtaposition, similarity-in-difference plays a lively role in both poetry and city. In the latter, repetitions such as rowhouses, streetlights, street signs, corner groceries supply a repetition of elements that differ slightly, fusing familiarity with novelty, predictability with surprise in the way that refrains or the repeating elements that distinguish a villanelle or a pantoum, or even a haiku do. Even free verse poems often use parallelisms and repetitions to offer coherence, and all rhyme is essentially the exploitation of similarity-in-difference.

The increasing speed of urban life is echoed in modernist poetry’s relative brevity—both make the most of small space, both do compression with grace. Lorine Niedecker’s condensery is a verbal city, pulling in material from all sides and distilling it to clear, active, independent units.

In Paris “Belle époque” par ses écrivans, Marie Claire Bancquart states, “The danger of a capital as extensive as Paris is that it permits all sorts of imposture”—as does the poem, and in both cases, imposture is based on anonymity, which in turn can be seen as a slippage of subjectivity (p. 126). The I gets dispersed in the city as patterns of recognition change—one is known by many, but in fragments; we are glimpsed, a neighbor to one, a regular customer to another, a stranger who walks past every day at five to another. In a poem, the I also shifts, disperses, represents often only a fragment of a whole being. In one instance, it’s a set of memories, in another, a faculty of observation. It can detach, take on personas, switch rapidly among points of view. In both city and poem, the I is set lose from the subject, becomes less attached to the history of a body, of a particular, trackable person.

In both poem and city, we more clearly see the I as a construct, while simultaneously, more possibilities for its creative construction are available. In both, the I is stripped down past its name, becoming only an immediate presence and action, and inverting the notion of anonymity—suddenly rather than meaning invisibility, it means the acute visibility of that which is right in front of you, that which determines the moment, and thus those that follow. The abstractions of identity become the concrete of activity in both the city and the poem.

Imposture also implies illusion, and both city and poem have specific and similar relations to illusion. Georges-Eugène Haussmann’s reconstruction of Paris was based on the illusion of the endless avenue, accentuated by trees and planned vistas, a pattern that’s been picked up by many city planners worldwide; American cities splice the illusions of billboards and advertising posters into the “real” view, while poems rely on all sorts of illusions from metaphor and metonymy to persona and vivid image.

Modernism saw the rise of new forms of the city, and along with it, new forms of the poem, one of the most prominent being free verse. Poetry, broadly speaking, became less regular, with more various rhythms, denser images, and more violent juxtapositions. Its unpatterned but nonetheless foregrounded sound reflects the increasing cacophony of increasingly industrialized and mechanized living.

Prose poetry was the most radical new poetic form, and the one most tied to the urban, though it happens to refute some of my points. But what it lacks in the ragged right margin and vertical orientation, it makes up in its block structure, which echoes the delimitation of space by city streets. Even cities without a grid structure, such as Paris, where the prose poem originated, still divide space relatively uniformly. The city occurs in chunks just large enough to hold in the mind, just as a prose poem is usually a single gesture, whether image, thought, or impression. The second collection of prose poems ever written was Baudelaire’s Paris Spleen, and many of them directly address Paris.

Paris offers a particularly fruitful instance of the city/poetry cross-over. It went through a complete transformation during the second half of the nineteenth century, becoming emblematic of industrial urban explosion, and it has fostered some of the poetry most firmly indebted to the city. Paris’s poets are marked by their specificity—they name the streets they walk down and the churches or monuments they pass. One can often mentally follow them through the city they’re writing about.

Three of the best known—Charles Baudelaire of the mid–nineteenth century, Guillaume Apollinaire of the early twentieth century, and Jacques Roubaud of the late twentieth, early twenty-first century, all approach Paris walking. As they write it, Paris becomes a map of the mind and the heart, a map of the place where mind and heart intersect into daily life.

The city is itself a walking, which the poet merely traces, trying to stay on its trail. The city is always something going on ahead, something that just turned the corner, that just slipped out of view. The city is posited as something unseizeable, something whose body is necessarily amorphous, and that just might be concretized by the mapping the poet does in his walking. If the city can never be stable, at the least the poet, through the two-sided walking-mapping that is writing, can construct a complementary version in which he or she can live in relative stability.

Baudelaire captured this essential transience in a famous line from his poem “The Swan”: “La forme d’une ville / Change plus vite, helas! que le coeur d’un mortel” [The form of a city / changes faster, alas, than the heart of a mortal]. And Jacques Roubaud picked it up with a slight variation (“La forme d’une ville change plus vite, helas, que le coeur des humains”) as the title for a book of 150 poems on Paris published in 2000.

And in between them, Apollinaire wrote one of his most famous poems, “Zone,” as a day-long walk through Paris. In the middle, he takes a mental detour, and wanders all over Europe, as if the city simply expanded and expanded. And like Baudelaire, who, in “Crowds” wrote, “The solitary meditative walker draws an unusual excitement from this universal communion,” Apollinaire’s walking is also solitary, as is Roubaud’s: “This incidental day in the rue Saussure / I walk slowly fearing to forget”—it is, above all, Saussure’s city, a system of signs that attains meaning through differences that are always arbitrary, but often arranged in a deeply moving way.

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Cole Swensen has published nine books of poetry and has won the National Poetry Series, the Iowa Poetry Prize, the San Francisco State Poetry Center Book Award, and a Pushcart Prize. Her latest book, Goest (Alice James 2004), is currently a finalist for the National Book Award. She lives in Iowa City and Washington D.C.