Il gruppo H5N1 nasce nel settembre 2005, anonimo, per diffondere la poesia sui muri di Pavia. L'idea era nata da un trafiletto comparso ne "L'Espresso" mesi prima: alcuni medici proponevano di portare la poesia in tutti quei luoghi nei quali si aspetta qualcosa. Alcune fotografie sono disponibili ai seguenti link (1 - 2). Molti testi si trovano sul blog.
La prima "poesia di strada" nasce a Pompei nel I secolo d.C. e sembra costituire, quella dello scrivere versi sui muri, una necessità, una prospettiva, una pratica che ritorna ciclicamente lungo i secoli, multicentrica e contingente, e che nel XX secolo, secolo di muri e di streetart, si declina in decine di esperienze spontanee o istituzionalizzate.
Il riferimento cinematografico principale della "poesia di strada" è il film Forza Cani (2002) della regista Marina Spada, con cui il gruppo H5N1 sta collaborando per la realizzazione di un cine-documentario sulla poetessa milanese Antonia Pozzi.
Le città coinvolte dal gruppo H5N1 sono o sono state Milano, Piacenza, Brescia, Pisa, Bologna, Vimercate, Como, Alba, Vercelli, Potenza, Oslo, Dublino, Crema, Firenze, Sondrio, Barcellona, Lisbona, Hong Kong e Pavia. Si contano migliaia di poesie diffuse in differenti formati di stampa: la maggior parte dei testi affissi è opera del gruppo H5N1, ma non è raro incontrare sui muri opere di scrittori noti, perlopiù inconsapevoli, "rubate" ai libri e regalate alla strada. Tra gli altri: Italo Calvino, Enrico Bacciardi, Enrico Brizzi, Angelo Maria Ripellino, Daniele Luttazzi, Andrea Zanzotto, Tiziano Scarpa, Pier Paolo Pasolini, Valerio Magrelli, Antonia Pozzi, Roberto Saviano, Giovanni Raboni, Kossa Komla-Ebri.
Il libro "Poesia d'amuro" (Edizioni OMP, 2008) è una raccolta di testi comparsi sui muri (e sul blog) dal 2005 al 2008 e vuole sostenere il progetto no profit dell'Associazione OMP per la diffusione del copyleft e per una editoria libera. Il gruppo H5N1 non percepisce alcuna percentuale dalla vendita dei volumi.
E’ prevedibile che ci sia oggi chi sente il bisogno d’affermare le sue ragioni conculcate scrivendole sui muri con la bombola spray, il giorno in cui avrà il potere continuerà ad aver bisogno dei muri per giustificarlo, in epigrafi marmoree o bronzee o in altri strumenti dell’imbottimento dei crani. Questo mio discorso non vale per le scritte di protesta sotto i regimi di oppressione, perché lì è l’assenza della parola libera l’elemento dominante anche nell’aspetto visivo della città, e lo scrivente clandestino colma questo silenzio a tutto suo rischio, e anche lì leggerlo è in qualche misura un rischio, e impone una scelta morale. E così pure farei delle eccezioni alla mia questione di principio per i casi in cui la scritta è spiritosa o quando è tale da muovere una riflessione illuminante o una suggestione poetica, o rappresenta qualcosa di originale come forma grafica: perché il recepirne il valore, di pensiero o umoristico o poetico o estetico-visivo, implica una operazione non passiva, una interpretazione o decrittazione, insomma una collaborazione del ricevente che se ne appropria attraverso un sia pur istantaneo lavoro mentale. Ma dove la scritta è una nuda affermazione o negazione che richiede dal leggente soltanto un atto di consenso o di rifiuto, l’impatto della coercizione a leggere è più forte delle potenzialità messe in moto dall’operazione con cui ogni volta riusciamo a ristabilire la nostra libertà interiore di fronte all’aggressione verbale. Tutto si perde nel frastuono del bombardamento neuro-ideologico a cui sono sottoposti i nostri cervelli da mattina a sera. E’ la presenza della scrittura, le potenzialità del suo uso vario e continuo che la città deve trasmettere, non la prevaricazione delle sue manifestazioni effettuali: la città ideale è quella su cui aleggia un pulviscolo di scrittura che non si sedimenta né si calcifica. Ma i poveri muri delle città italiane non sono diventati anch’essi ormai che una stratificazione d’arabeschi e ideogrammi e geroglifici sovrapposti, tali da non trasmettere altro messaggio che l’insoddisfazione d’ogni parola e il rimpianto per le energie che si sprecano? Anche su di essi forse la scrittura ritrova il posto che è insostituibilmente suo, quando rinuncia a farsi strumento di arroganza e di sopraffazione: un brusio cui occorre tendere l’orecchio con attenzione e pazienza fino a poter distinguere il suono raro e sommesso d’una parola che almeno per un momento è vera.
Italo Calvino, La città scritta: epigrafi e graffiti, in "Collezione di Sabbia", 1974.
